Obiettivo Medio Oriente: l’eco di una nuova geopolitica triangolare anti – Isis

In silenzio o – meglio – « Raqqa è massacrata in silenzio ».

Tuona come il titolo di un docufilm drammatico il nome del gruppo di attivisti in contatto con i colleghi della città irachena, sfortunata roccaforte e capitale siriana del Califfato. Ma purtroppo, al di là di un nome, c’è anche tanta realtà.

Oltre a Raqqa, anello debole delle terre mediorientali, sono diverse le città iracheno – siriane che fanno da presidio al Sedicente Stato Islamico nel quadro di una serie di offensive poste in essere da almeno quattro settimane, più o meno da quando è stata lanciata – per mano di Erdogan, d’accordo con Putin – l’operazione anti – Isis « Scudo dell’Eufrate ». All’obiettivo netto di annientare una volta per tutte l’Isis in Siria – che è anche l’obiettivo primo degli Stati Uniti, da sempre – la missione turca a trazione russa associa l’impegno contestuale di creare una safe zone in mano ai ribelli, così da poter ricacciare l’Isis verso est; il risultato fin’ora ottenuto è stato discretamente positivo ed ha visto la sottrazione di decine di villaggi e alcune importanti città al Califfato, come Jarablus, al Rai e Dabiq. Fortunatamente l’operazione – tutt’ora in corso – sembra svolgersi nella maniera più cauta possibile, cercando contestualmente di evitare i civili come bersaglio dei raid a matrice turca e statunitense.
E’ iniziato tutto a settembre, quando forze speciali statunitensi sono state dispiegate a Jarablus e al Rai per sostenere l’avanzata dei ribelli contro l’ Isis: episodio che risulta molto significativo in quanto condensa tutte le contraddizioni della strategia americana in Siria della lotta all’Isis. Se da un lato infatti la Cia assiste militarmente e logisticamente le Fsa (acronimo inglese per forze d’avanzata siriane ribelli), dall’altro il Pentagono fa lo stesso con i curdi dell’unità di difesa popolare (più nota come Ypg), incuranti dunque del fatto che Fsa e Ypg abbiano nei fatti interessi opposti: l’Ypg vuole creare un Kurdistan indipendente per soli curdi, a discapito delle popolazioni arabe locali e dell’unità territoriale della Siria (senza disdegnare in questo l’aiuto del regime siriano e della Russia), mentre l’Fsa ha come prerogativa l’unità del Paese e la lotta senza quartiere al regime siriano. Ma dietro ogni operazione si celano delle dinamiche strategiche non sempre facilmente comprensibili, e questa apparente contraddizione è la chiara manifestazione di come per gli Stati Uniti la priorità non sia fare guerra alla Siria – con la quale hanno anzi sempre preferito la politica del « buon vicinato » – quanto piuttosto statuire tra le eventuali regole d’ingaggio che in Siria si debba atta care solo Isis e non anche Assad.
D’altro canto, l’intervento turco in Siria  – avvenuto col tacito consenso della Russia – rappresenta sì il dato più tangibile del riavvicinamento tra Erdogan e Putin, ma solo laddove « Scudo dell’Eufrate » rappresenta al la risultante dell’accordo per le forniture di gas russo alla Turchia che ha sancito inevitabilmente il riavvicinamento tra Ankara e Mosca.

Ma a coronare tale scacchiere siriano dalle implicazioni non indifferenti, subentrerà ben presto – precisamente dal 20 gennaio 2017 a mezzogiorno – il neoeletto presidente americano Donald Trump che, dal canto suo, sembra avere tutte le intenzioni di associarsi ai due leader d’oltreoceano nella lotta al terrorismo; unica conditio sine qua non sarebbe quella di non seguire la linea interventista della precedente amministrazione americana, prospettata da Hillary Clinton nella realizzazione di una No – Fly Zone sui cieli siriani.

«Non possiamo dire nulla su cosa farà ma se combatterà il terrorismo ovviamente saremo alleati, alleati naturali come con la Russia, l’Iran e molti altri Paesi» – così si esprime il presidente siriano Bashar Al Assad in un’apertura di credito verso Trump, rilasciando un’intervista alla tv portoghese Rtp. Questi due mesi in Medio Oriente saranno di certo cruciali per il nuovo presidente americano, nonostante la vicenda sia ancora nella mani di Obama che gli ha fatto campagna contro come nessun presidente uscente aveva mai osato nell’ultimo mezzo secolo. Il futuro del caldo Medio Oriente, e dell’Europa – inevitabilmente e da sempre interconnessa – è tutto da scrivere.