Non è la rivolta degli automobilisti

Migliaia di persone indossano un gilet giallo per protestare contro il caro benzina, e mettono Parigi a "ferro e fuoco". Ma è il segno di un disagio più profondo.

rivolta

Dopo più di due secoli la storia in Francia sembra ripetersi; nell’aria si respira lo stesso clima di violenza e paura che aleggiava nel 1789. Una parola: rivoluzione. E poco importa se i manifestanti più radicali siano “sans-coulottes” o indossino “gilet jaunes”, l’obiettivo rimane lo stesso: quello di opporsi a un leader sempre più solitario e distante dai problemi sociali. È chiaro che il contesto storico è cambiato, la Francia non è più una monarchia assoluta e Macron è un presidente democraticamente eletto ormai diciotto mesi fa in seguito ad un indiscutibile trionfo elettorale.

Da cosa nasce, dunque, questa protesta se non c’è più un Ancien Règime da distruggere e se la democrazia, proprio a partire dalla fine del XVIII secolo, sembra essersi radicata in ogni comunità politica?

In effetti, quelli che in questi giorni stanno causando disordini per le strade delle principali città francesi, sono eventi del tutto imprevisti non solo per intensità, ma anche per la portata innovativa che contengono. Sono scesi per le strade di migliaia di dimostranti che non rivendicano l’appartenenza a nessuna associazione politica, che non innalzano vessilli neri, verdi, bianchi o rossi, ma hanno scelto come segno di riconoscimento un gilet giallo: semplice, economico, alla portata di tutti ed assolutamente geniale per l’immagine trasmessa attraverso i media.

Ecco il primo elemento di novità: è una guerriglia urbana “mediatizzata”, articolata e pensata per trasmettere nel modo più chiaro possibile il messaggio a un “pubblico” che deve essere messo nelle condizioni di comprendere i motivi della protesta e unirsi ad essa. Ci sono l’eccessiva disparità dei redditi, i salari stagnanti, una politica fiscale di cui beneficiano solo i più ricchi, fino a inglobare i temi più sensibili del disagio diffuso nei boulevard francesi, che sembrano essere stati dimenticati dalla classe dirigente. Le immagini riportate in questi giorni dai giornali, pubblicate sui social e trasmesse attraverso il piccolo schermo evocano sensazionalismi: il pubblico, o almeno la maggior parte di esso, si sente vicino ai protestanti tanto che, ad oggi, più del 70% sostiene la lotta dei gilet gialli. Non a caso Manin identifica la società di oggi come “una democrazia del pubblico”, dove l’insieme degli individui ha un ruolo sempre più proattivo e sempre meno espressivo.

In altre parole, le persone reagiscono di fronte a situazioni già costruite, che sia per le strade o nell’arena politica, il voto è la conseguenza di una reazione suscitata dall’impatto dei media piuttosto che l’espressione di una scelta autonoma.

E per quanto riguarda la democrazia? È proprio sul ruolo di quest’ultima che bisogna riflettere per comprendere a fondo la matrice dell’azione dei protestanti francesi. Macron è l’espressione di un leader sempre più isolato dalla comunità politica: mancano in Francia dei corpi intermedi in grado di mediare tra la sfera del potere politico e la sfera sociale che reclama a gran voce la propria esigenza e il proprio DIRITTO di rappresentanza. Perchè in una società complessa e articolata come quella odierna è impensabile strutturare una democrazia senza una mediazione in grado di tradurre la protesta in proposta. Si è rafforzata la figura del leader e, parallelamente, si è indebolito il ruolo del partito. I dimostranti, che includono una porzione sempre più ampia di popolazione, non sono riusciti a trovare altro canale di comunicazione con il governo centrale se non la lotta. Un chiaro segnale di come la democrazia, che dovrebbe garantire prima di tutto la libertà di espressione dei cittadini e la realizzazione della volontà generale, dovrebbe rivedere i suoi postulati.

Non c’è più un consenso democratico che Habermas identificava nella struttura dialogica del linguaggio, si interrompe la comunicazione verbale e inizia quella fisica: scontri tra polizia e manifestanti, incendi, disordini, feriti e la situazione, allo stato attuale delle cose, potrebbe ancora degenerare. Il partito dell’attuale presidente francese (La Republique en Marche), nonostante i consensi ricevuti in campagna elettorale, non è riuscito a radicarsi nel paese e a farsi portavoce di una determinata categoria di interessi. Il risultato è un chiaro deficit di rappresentanza alla base della protesta dei gilet jaunes.

La Francia è la dimostrazione del fatto che il potere centrale debba essere ridotto e circoscritto, permettendo una dislocazione a favore di corpi intermedi in grado di ricucire gli strappi tra stato e società.

Deve essere riaffermato uno spirito neo corporativo che rilevi il ruolo istituzionale dei gruppi di interesse a cui spetta il monopolio della rappresentanza di tutte quelle persone colpite dalle politiche ingiuste e non egualitarie del governo; quelle stesse persone che hanno trovato come mezzo di espressione solo un gilet giallo.La democrazia, d’altronde, è una forma politica universalmente accettata, fondata sull’uguaglianza e rispettosa dell’individualità, ma per garantire questi postulati è necessario rinvigorire il dialogo, il confronto tra stato e società, garantire la massima articolazione del potere e un sistema di rappresentanza che coinvolga anche le classi sociali più emarginate.