Alla fine degli anni Novanta, gli Stati Uniti idearono il “Plan Colombia” per la lotta al narcotraffico, durato otto anni e finanziato anche dalla Colombia. Si tratta di un’iniziativa strategica che permise al governo di Bill Clinton la costruzione di sette basi militari, utilizzate non solo per il controllo della guerriglia o del traffico di cocaina, ma anche per il contrasto dei governi latinoamericani ostili alle politiche neoliberiste di Washington. Sono tuttavia pochissime le indagini effettuate sulle ragioni nascoste e sui meccanismi di questo conflitto, definito “guerra al narcotraffico” da governi e media. È innanzitutto importante analizzare come esso sia connesso all’espansione di multinazionali in procinto di assumere il pieno controllo dei mercati, degli operai e delle risorse naturali.

Partiamo dal principio. A partire dalla Presidenza Nixon, il Governo americano ha investito quasi un miliardo di dollari nella guerra al narcotraffico in Paesi come la Colombia e l’Afghanistan. Nel corso degli anni Ottanta, la Colombia è divenuta uno Stato paramilitarizzato; l’intervento degli Stati Uniti ha rafforzato gruppi paramilitari e di polizia non ufficiali, che eseguivano operazioni affiancando la polizia ufficiale e trovandosi coinvolti in innumerevoli massacri. Sono tuttavia molto chiari i legami diretti tra queste politiche di lotta e il miglioramento delle condizioni di investimento. Nonostante gli Stati Uniti abbiano investito 7 miliardi di dollari per la limitazione del commercio illegale di stupefacenti, nel 2008 l’Ufficio di Responsabilità Governativa ha affermato che il “Plan Colombia” non aveva raggiunto gli obiettivi desiderati. Fu stimato, al contrario, un aumento del flusso di cocaina tra il 2000 e il 2006. L’insuccesso del piano dal punto di vista strategico, invece che rappresentare uno stimolo per ripartire e migliorarne l’efficienza, ha portato ad una sua minimizzazione a favore di una serie di indicatori emergenti legati alla sicurezza e al miglioramento della sfera industriale. Una sconfitta nella lotta ai traffici illegali, ma una netta vittoria economica. All’inizio del “Plan Colombia”, il totale dell’investimento straniero diretto è stato di 2,4 miliardi di dollari; nel 2011 si è arrivati a 14,4 miliardi di dollari, con il tasso di crescita più rapido della storia dell’America Latina. Tale incremento economico non è di certo arrivato per caso, come ha suggerito l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale. Questo risultato è derivato da una amplia sinergia di riforme legali e di aiuti fiscali, oltre che dalla significativa militarizzazione dell’industria estrattiva. Sono stati addestrati dei “battaglioni di energia” per proteggere oleodotti, strade e altri progetti infrastrutturali. È chiaro perciò che per gli Stati Uniti il “Plan Colombia” non possa dirsi un insuccesso. Esso ha infatti permesso la creazione di un nuovo ed efficace modello d’ investimento. Anche il governo colombiano si ritenne soddisfatto, tanto da definire tale piano “essenziale per la promozione di condizioni atte a generare occupazione e stabilità sociale”. Si intendeva testare l’efficacia del modello anche in Messico, cosicché il 30 giugno del 2008, viene approvata un’autentica riproduzione del “Plan Colombia”, il “Plan Merida”. Esso mirava infatti, a garantire il rispetto della legge sfruttando un pacchetto di interventi degli Stati Uniti contro il narcotraffico e crimine organizzato sia in Messico sia in America Centrale. In realtà, lo scopo principale è sempre stato quello di creare veri e propri squadroni della morte al servizio del capitale. Ciò è confermato dall’evacuazione forzata della popolazione civile e dall’uso della violenza per il controllo dei lavoratori con la conseguente distruzione delle comunità contadine, favorendo così l’espansione territoriale delle multinazionali. Sono infatti stati costretti a fuggire dalle loro case braccianti espulsi dalla crudele efferatezza di gruppi paramilitari come gli Zeta, divenuti oggi uno dei più feroci cartelli del traffico di droga, operanti nella zona nord-orientale del Messico. Tali squadroni della morte, continuavano a favorire un processo di accumulo di capitale mediante l’evacuazione forzata di comunità dalle zone che risultano economicamente più prolifere. A Santa Maria Ostula, una piccola comunità di indigeni sulla costa del Messico, a partire dal 2009, almeno 35 persone sono state assassinate e sette sono sparite, a causa della violenza paramilitare e di Stato. Questo perché il territorio, che gode di una posizione strategica, si trova in una zona ricca di minerali. È dunque evidente come la paramilitarizzazione possa influire sui capitalisti locali, regionali o legati all’economia nazionale, obbligandoli a chiudere i loro negozi e le loro attività a vantaggio di società sovranazionali e investitori, ai quali in questo modo è garantito l’accesso a nuovi settori dell economia.

È forse anche per questo che il Messico, dopo quasi un secolo, ha scelto per la Presidenza del Paese un volto nuovo e non appartenente alle due correnti storiche maggioritarie. Obrador, il quale si è insediato alla Presidenza messicana il 1 dicembre 2018, schieratosi fin da subito contro il “Plan Merida”, viene visto con diffidenza dagli investitori internazionali. Il suo approccio statalista e nazionalista è ritenuto un freno alla crescita e, in particolare, si teme la riduzione degli investimenti esteri. Il presidente messicano, proprio per questo motivo, potrebbe essere disponibile ad aprire una trattativa con Donald Trump per un maggior controllo degli immigrati clandestini messicani, in cambio di investimenti americani per lo sviluppo della nazione. Obrador è stato paragonato ad un nuovo Chavez, volenteroso di adottare quel socialismo 2.0 che aveva caratterizzato il Venezuela dal 2002 al 2013, ad esempio con l’espansione dell’industria dell’oro nero messicana marginalizzando gli investimenti privati nel settore. Le elezioni di Obrador potrebbero divenire storiche, ma è necessario valutare se il nuovo Presidente sarà in grado di mantenere le promesse fatte durante la campagna elettorale, trasformandole in realtà, o se queste rimarranno frutto di un’illusione.