Mattia Tarelli, nello staff della Clinton alle presidenziali

Quando il mio telefono comincia a squillare a Roma sono appena trascorse le sette di sera. Dall’altra parte dello schermo una voce solare e spontanea mi risponde da New York, e a voler essere precisi dalla sede delle Nazioni Unite, dove Mattia (che ha appena cominciato la sua pausa pranzo, sapete, il fuso) lavora da alcune settimane presso la delegazione UE. Ma la sua esperienza negli Stati Uniti è cominciata già tempo fa, lo scorso gennaio, quando è entrato a far parte del comitato per l’elezione della candidata democratica Hillary Clinton, prima come Fellow in Iowa e poi direttamente al quartier generale di NYC a Brooklyn Heights.

Sì, perché Mattia Tarelli, classe ’90, laureatosi lo scorso anno all’Università degli Studi di Milano, oggi studente della New York University, ha fatto parte – e da fine agosto, per il rush finale, vi farà ritorno – dello staff elettorale dell’ex-first lady Hillary Clinton, che oggi punta a ridiventare (questa volta però correndo con le proprie gambe) inquilina della Casa Bianca. Un ambiente, quello di “Hillary For America”, nel quale la percentuale di non americani si conta sulle dita di una mano e Mattia è l’unico a essere italiano.

  • Cosa ti ha trascinato in questa esperienza negli Stati Uniti?
    «È nato tutto quando ho deciso di fare l’application per la New York University. All’inizio mi hanno chiamato per un colloquio al telefono al quale non mi hanno preso. Poi, a inizio dicembre, ho notato un post sulla pagina dei Democrats della NYU che parlava di una posizione disponibile come Fellow per l’Iowa in gennaio fino alla caucus night. Sono stato preso e tornato da lì, i primi di febbraio, sono stato scelto dall’ufficio Risorse Umane del Quartier Generale.»
  • Com’è stata la tua avventura come Fellow in Iowa?
    «In Iowa lavoravamo tantissimo, dalle dodici alle quindici ore al giorno, sette giorni su sette! Anche se l’Iowa in realtà conta poco in termini di delegati, puramente matematici, conta però molto in termini morali e a livello emotivo. All’inizio facevamo tantissimo porta a porta con delle liste di persone “targetizzate”. In tanti casi hai dei dati sulla persona con cui stai parlando, sai chi ha o chi non ha votato alle passate elezioni, o se non ha votato affatto.»
  • E com’è stato invece passare al Quartier Generale di Brooklyn Heights, a New York City?
    «Lì ho iniziato ai primi di marzo; il quartier generale è molto affascinante, un ufficio gigantesco con un open-space enorme con centinaia di persone al lavoro, decorato proprio come se fossi in un film! Mentre in Iowa facevo qualsiasi cosa (eravamo solo in sei) al Quartier Generale invece il lavoro è tutto diviso tra i vari uffici. Io ero nel Volunteer Management e mi occupavo del coinvolgimento di nuovi e vecchi volontari, della loro gestione.»
  • Come mai Hillary Clinton? La seguivi già da tempo?
    «Mi piace molto Hillary perché i progetti che ha elaborato – anche nei dibatti contro Bernie – sono molto importanti, molto progressive, riformisti ma allo stesso tempo molto chiari. E soprattutto sono fattibili. Solo per farti un esempio: Sanders vorrebbe rendere gratuiti tutti i college, ma considerando la presenza di un Congresso a maggioranza repubblicana e che un terzo del carico dell’istruzione grava sugli Stati, è quasi impossibile realizzare ciò. Quello che per Hillary possiamo promettere, invece, è non far pagare le famiglie con un reddito più basso, ridurre i costi per le famiglie della middle-class e fare pressione su banche e istituti di credito per far sì che vengano abbassati i tassi di interesse sui prestiti per gli studenti.»
  • Quali messaggi, secondo te, verranno utilizzati da Trump e dalla Clinton a novembre?
    «Lo scontro tra i due sarà durissimo: da un lato Trump parla solo alla pancia delle persone con un populismo spaventoso, utilizzando razzismo e xenofobia. E mentre anche Sanders ha un messaggio molto populista, ma non poi così ben declinato, Hillary è invece la razionalità più pura. Sì, cerca comunque il coinvolgimento emotivo, ma ha dei piani concreti. Parla da sempre con i sindacati, le minoranze nere, i latinos e lavora da anni sull’immigrazione, l’inclusione sociale e l’incremento dei posti di lavoro.»
  • Una buona fetta dell’elettorato statunitense è formata da cittadini americani di origini italiane o comunque da soggetti appartenenti a minoranze. Come vi relazionate con loro?
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    So che ci sono dei dipartimenti della campagna che si chiamano latinos outreach che si occupano di raggiungere la minoranza latina elaborando varie strategie. Vengono creati tanti tweet e post sui social network in spagnolo, ad esempio. Proprio due o tre settimane fa mi è successo questo: dei volontari in ufficio stavano chiamando in Connecticut una signora siciliana di settantacinque anni che viveva da quaranta negli Stati Uniti ma non sapeva dire una parola in inglese! Io ho preso la telefonata e mi sono reso conto di come parlare qualcuno del comitato – in quel caso me – che sia in grado di comunicare nella tua stessa lingua sia molto, molto determinante. Dopotutto, nella natura del “candidato Hillary” e quindi della sua campagna non c’è nulla di straordinario in ciò: ha già dedicato davvero tutta la sua vita alle minoranze.»
     
  • Cosa pensi del bipartitismo americano Repubblicani – Democratici? Soprattutto i giovani statunitensi, nostri coetanei, non preferirebbero poter fare delle scelte più varie, che possano scardinare questo sistema?
    «Di questo ne ho parlato molto spesso con i miei amici americani. Va detto che all’interno dei due partiti ci sono tante divisioni: alle elezioni puoi scegliere se votare un democratico centrista o un democratico tradizionale (come Hillary, ad esempio) o ancora un democratico più a sinistra. In sostanza ognuno dei due partiti è suddiviso al suo interno in tre categorie. A molti miei colleghi statunitensi però piacerebbe che ci fossero più partiti; alcuni di loro hanno anche votato in passato dei candidati che han preso neanche l’1%, ma se ne sono chiaramente pentiti. Col maggioritario statunitense è molto improbabile che un partito diverso da quei due possa anche solo pensare di poter vincere; a meno che una figura nota (come Sanders, per esempio), già resasi importante dentro uno dei partiti principali, non decidesse di candidarsi in un terzo.»