“L’oriente è rosso”. La Cina e le nuove “Vie della Seta”

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Che cosa vi suggerisce l’acronimo BRI? La marca di qualche prodotto fai da te? Forse una catena di supermercati? Ormai sempre più di frequente questa sigla si impone nel dibattito economico fra gli Stati eurasiatici, anche fra i non addetti ai lavori. Si tratta di qualcosa di troppo grande per non suscitare interesse. Stiamo parlando della “Belt and Road Initiative”, conosciute anche come le “nuove Vie della Seta”, ovvero di uno dei più ambiziosi progetti di sviluppo economico mai affrontati nella storia dell’Asia, pensato e voluto dal sempre più rampante dragone cinese: la creazione di una gigantesca rete commerciale che, attraversando l’Asia e l’Oceano indiano, possa rendere ancora più semplice connettere l’offerta prodotta dall’industria cinese con il ricco mercato europeo. Gli obiettivi che la Cina intende conseguire sono molteplici, fra cui incentivare lo sviluppo dell’arretrato entroterra cinese (sempre più distanziato nella corsa allo sviluppo dalle grandi metropoli della costa) e, non ultimo, arginare gli effetti negativi della politica protezionistica inaugurata dal Presidente Trump.

UNIRE L’ASIA E L’EUROPA

Ma un progetto così ambizioso richiede la costruzione di numerose infrastrutture da un capo all’altro dell’Asia. E ciò richiede a monte una grande disponibilità di denaro da investire. E proprio qui sta il punto: a fronte di un investimento relativamente limitato da parte della Cina in questo progetto, gran parte dello sforzo economico viene sostenuto dai 68 Paesi che a vario titolo sono coinvolti in questa impresa. Molti di loro sono Stati estremamente poveri, come il Tagikistan, il Kirghizistan o il Laos, e per poter far fronte ai pesanti oneri di realizzazione devono ricorrere a numerosi prestiti (per un investimento che, tra l’altro, comincerà a restituire margini di profitto solo sul lungo periodo). Questi prestiti sono concessi, guarda caso, dalla stessa Cina, la quale (direttamente o tramite particolari istituti di credito) fornisce i prestiti alle compagnie private impegnate alla realizzazione del progetto, a patto che sia lo Stato di appartenenza a svolgere il ruolo di garante dell’investimento.

LA TRAPPOLA DEL DEBITO

Questo meccanismo ha portato molti esperti a paventare che i cinesi stiano creando una cosiddetta “trappola del debito”, ovvero un meccanismo in forza del quale le controparti deboli si indebitano sempre di più con il partner forte (in questo caso la Cina) in modo tale da creare una pericolosissima dipendenza economica, che permette allo Stato “dominante” di esigere la soddisfazione degli impegni assunti tramite la cessione di quote significative di partecipazione nelle infrastrutture finanziate, oppure chiedendo particolari “favori” di natura politica o strategica.  Ma è davvero questo ciò che sta avvenendo tramite la BRI? Il Presidente cinese Xi Jinping ovviamente assicura di no. E per la maggioranza dei 68 Paesi coinvolti nel progetto sembra che effettivamente sia così. Ma ci sono dei “sorvegliati speciali” che da qualche tempo stanno preoccupando gli osservatori.

In un recente rapporto del Center for Global Development si espone un indice del rischio di insolvenza dei Paesi inclusi nella BRI: applicando i criteri indicati nel rapporto si individuano 8 Stati nei quali una potenziale trappola del debito potrebbe già essere scattata (o potrebbe scattare a breve). A ben vedere, si tratta di Paesi che dal punto di vista strategico giocano una rilevanza fondamentale. Per esempio, un importante indebitato risulta essere il Pakistan, che nell’area risulta essere storicamente il principale rivale dell’india. La stessa India che gli Stati Uniti da tempo considerano un importante alleato nel contenimento dell’influenza cinese nell’Asia meridionale (ricordiamo la breve ma intensa guerra sino-indiana del 1962).

Di notevole interesse risulta essere anche Gibuti: l’importanza strategica di questo piccolo Stato africano è inversamente proporzionale alle sue dimensioni. Situato proprio all’imboccatura del Mar Rosso, dalle sue coste è possibile monitorare tutto il traffico mercantile di passaggio per il canale di Suez (e che quindi costituirà uno dei “colli di bottiglia”, ossia una rotta obbligata facilmente ostruibile, più significativi delle nuove rotte della BRI). Non a caso, i cinesi hanno da poco inaugurato proprio a Gibuti la prima base militare cinese permanente all’estero, in grado di ospitare in assetto operativo una discreta squadra navale.

CORRERE AI RIPARI

Alla luce di questo scenario, non stupisce che gli Stati Uniti incomincino a preoccuparsi di una possibile rapida espansione dell’influenza cinese una volta che il progetto sarà completato. E’ in questa chiave che va letto l’annuncio, da parte di USA, Australia e Giappone, di costituire un partenariato trilaterale per erogare finanziamenti e favorire o sviluppo infrastrutturale nella regione indo-pacifica: ovviamente si sta cercando di sottrarre potenziali “clienti” all’usuraio cinese (come lo ha definito fra le righe il Segretario di Stato americano Mike Pompeo). Soltanto il tempo ci dirà se l’investimento cinese si risolverà in un grande successo, ma, per usare le parole di una famosa canzone cinese, ogni giorno che passa sembra sempre più chiaro che, in effetti, “l’Oriente è rosso”.

 

 

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Fonti:

“Strangolati con la seta?” di Fabrizio Maronta

“Nuove Vie della Seta crescono (malgrado tutto) di Giorgio Cuscito

“Limes. Rivista italiana di geopolitica”

“ISPI- Istituto per gli studi di politica internazionale”