“Ciò che avviene in Egitto è un tentativo di spaccare le istituzioni dello Stato, istituzione dopo istituzione”, così il presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi  ha commentato le manifestazioni contro il suo governo di venerdì 15 aprile 2016. Allo stesso tempo, sul piano  internazionale, il regime è sottoposto a una pressione politica e mediatica sulla tutela dei diritti umani, una sgradita visibilità  internazionale innescata dal caso Regeni.

A cinque anni dalla caduta di Hosni Mubarak, il regime militare di al-Sisi affronta la sua prima vera crisi, enfatizzata agli occhi italiani ed europei dal clamore seguito alla morte del giovane dottorando di Cambridge. La manifestazione di venerdì, infatti, è stata la prima non autorizzata dal governo dal gennaio 2011, e l’ampiezza del fronte sceso in piazza per la protesta evidenzia le crepe nel consenso popolare di al-Sisi: oltre all’opposizione liberale moderata, la cui voce è tanto gradita dagli occidentali che spesso ne fraintendono le dimensioni, oltre ai Fratelli Musulmani, il cui richiamo religioso è stato temuto da tutti i governi centrali egiziani, da quello fantoccio della Corona Inglese a Sadat, si aggiungono i nazionalisti, finora pilastro sociale del sostegno al regime militare.

La vendita  ai Sauditi  di Tiran e Sanafir, isole del Mar Rosso desertiche ma importanti dal punto di vista militare, è stato il casus belli che ha riportato in piazza gli egiziani, indignati per un gesto che ha il sapore della sconfitta e le sembianze di una resa  geo-strategica ai sauditi. Secondo gli egiziani, la famiglia Saud verrebbe così designata come nuovo leader dell’area del Mar Rosso e del Golfo di Aqaba. La cessione delle due isole è funzionale alla costruzione di un ponte tra Arabia Saudita ed Egitto, un collegamento che per  al-Sisi e re Salman unisce due potenze  dell’Africa e dell’Asia ma che per  Israele, che nel 1967 scatenò una guerra preventiva per la chiusura dello stretto di Tiran, potrebbe essere una violazione degli Accordi di Camp David.

Per gli egiziani quindi tale gesto rappresenta la dichiarazione di un’avvenuta abdicazione da parte del loro Paese dal ruolo di leader regionale, e la conferma della debolezza economica e finanziaria dello Stato, che si ritrova a dipendere da anni dalle donazioni di Stati Uniti e di Arabia Saudita. Alla primavera araba del 2011, infatti, è succeduto l’inverno della crisi economica, che ha creato scontento in ogni fascia sociale, ma soprattutto in quella più benestante, principale fiancheggiatrice del regime di al-Sisi.

L’incertezza del sostegno da parte della classe agiata al generale, fautore e custode di un sistema economico e sociale che finora l’ ha tutelata, è un sintomo evidente della difficoltà di gestione del fronte interno. Il potere di al-Sisi è stato finora legittimato dalla pretesa di fungere da garanzia di ordine e difesa contro i fondamentalisti islamici: a un Egitto che rischiava l’implosione, il generale si è presentato come una valida alternativa ai Fratelli Musulmani e al vuoto di potere, ipotesi che si è  invece concretizzata nella vicina Libia. Il timore del fascismo religioso e dell’anarchia, entrambi mali difficili da estirpare una volta insediati in un territorio, ha reso solido il regime, e il leader ha potuto presentarsi nella luce migliore come uomo forte in grado di assicurare stabilità interna all’Egitto e condizioni ottimali agli investitori stranieri.

Ora la posizione presa dall’Egitto al fianco della Arabia Saudita, in un mondo musulmano medio-orientale in preda alle convulsioni e rivalità interne, sembra la risposta del generale a una politica interna a rischio di delegittimazione, per proteste nazionaliste e crisi economica, e al prestigio internazionale del Paese messo sempre più in difficoltà.

La morte del giovane ricercatore Giulio Regeni, infatti, ha sortito l’effetto del lancio un sasso nell’acqua, i cui cerchi concentrici non accennano a smettere di moltiplicarsi. La goffa diplomazia di al-Sisi e la tenacia della famiglia Regeni, non solo hanno costretto un paese amico e partner economico come l’Italia a richiedere un’inchiesta trasparente e la collaborazione fra inquirenti egiziani e italiani, ma hanno anche acceso i riflettori mediatici sulla tutela dei diritti umani in Egitto, le cui sistematiche violazioni a danno dei propri cittadini godono ora di pubblicità internazionale. Da questi fatti è scaturita una visibilità negativa che potrebbe delegittimare la leadership di al-Sisi come uomo e capo di Stato.

La pressione politica italiana, per quanto finora unica in Europa per intensità e clamore, ha suscitato reazioni di rilievo: la Gran Bretagna ha formalmente richiesto all’Egitto un’inchiesta trasparente in seguito a una petizione di change.org; la Germania si è detta preoccupata per le violazioni dei diritti umani in Egitto; pochi giorni fa il Parlamento Europeo ha approvato all’unanimità una mozione a favore della massima collaborazione  possibile da parte dell’Egitto con gli inquirenti italiani.

Al Sisi, tuttavia, non sembra temere le ire di un consesso internazionale, che sa essere più interessato alla prevenzione del terrorismo internazionale da parte egiziana che alla tutela dei diritti umani. Difatti, di fronte a un laconico Hollande, neofirmatario di un contratto da 1, 1 miliardi di dollari in armi, che gli chiedeva delucidazioni in merito alla tutela dei diritti umani, Al Sisi ha dichiarato “Non sapete  cosa accadrebbe al mondo intero, se questo paese crollasse “.

Barbara Polin