Dopo la fine della kermesse canora più rilevante del nostro paese, è tempo finalmente di tirare le somme di un Sanremo sorprendente e rivoluzionario, dove la canzone Italiana è tornata prepotentemente alla ribalta. Baglioni ha creato cinque serate di grandissimo intrattenimento, presentando una selezione musicale variegata, offrendo ospiti italianissimi e lanciando sul piccolo schermo un Pierfrancesco Favino sugli scudi.

Le nostre pagelle partono ovviamente da “Prima Festival”, che veloce e frizzante ha saputo offrire una splendida copertina alle serate sanremesi. Condotto da Sergio Assisi (voto 6,5) e Melissa Greta Marchetti (voto 6,5).

Altro evento di contorno (anche se ormai da anni parte integrante del Festival) è il DopoFestival, che il Direttore Artistico Claudio Baglioni ha voluto affidare alla sapiente mente di Edoardo Leo (voto 9), coadiuvato da Carolina Di Domenico (voto 8), Rolando Ravello (voto 8) e Rocco Tanica (voto 9,5), unico vero elemento di ilare continuità con i Festival di Carlo Conti degli ultimi anni.

Passiamo ora alle vere pagelle di questo 68° Festival di Sanremo.

Claudio Baglioni, voto 10: Tutti aspettavano il flop, lui ha portato Sanremo ad ascolti record grazie ad una formula anni ’60. Ha riempito il festival di canzoni italiane e di ospiti italiani, e ha persino fatto cantare in Italiano anche Sting e Skin. Una conduzione silenziosamente patriottica, che ha rimesso la canzone al centro del Festival (parafrasando frasi celebri dello sport moderno). Non sbaglia mai una nota e si esibisce più di tutti i Big, sovrasta con la sua voce gli ospiti (che vorrebbero scappare di fronte all’ipotesi di un duetto) e fa emozionare con i suoi pezzi storici. Idolo.

Michelle Hunzikervoto 6: Fra i tre presentatori è stata quella più stressata, poichè ha dovuto gestire con la sua esperienza le situazioni “morte”, i cambi di scaletta improvvisi e le rimostranze del pubblico durante le classifiche. Per la sua capacità da factotum meriterebbe 10, ma il voto viene abbassato da tentativi di esibizione canora che oseremmo definire “azzardati” e dalla scenetta imbarazzante della terza serata per la promozione della campagna contro la violenza sulle donne. Le canzoni in gara (e non ultima quella vincitrice) hanno infatti dimostrato che ci sono modi e modi per proporre le vere e giuste battaglie di valori. I suoi vestiti resteranno il più grande punto interrogativo di questa edizione. Croce e delizia.

Favino, voto 9,5: Gigioneggia e scherza per quattro serate. Alla quinta tutti cominciano a ridere quando inizia a recitare il monologo di Bernard-Marie Koltès “La notte poco prima della foresta”, ma lui spiazza tutti regalando 5 minuti di una performance intensa ed emozionante, che ne esalta le capacità artistiche e ci fa intravedere una sensibilità che aveva astutamente mascherato dietro agli sketch (forse un po’ ripetitivi) delle prime serate. Ballerino, cantante, comico, ma soprattutto artista a tutto tondo. Meraviglioso.

Orchestra, voto 10: Partiamo dal presupposto che per il mio orecchio un violino ha lo stesso suono soave che dovrebbe accompagnare l’ascesa all’Empireo, quindi tutte queste canzoni melodiche sono state per me un’apoteosi laica. Geoff Westley e Beppe Vessicchio sono solo le due punte di diamante del potente motore che fa muovere il Festival. Suonala ancora, Sam!

Sabrina Impacciatorevoto 9,5: Stralunata e stravagante, ti chiederesti ogni istante perchè l’abbiano chiamata a partecipare a questo Sanremo. Però la sua carica comica è irresistibile e il pubblico dell’Ariston ride non appena la intravede sul palco. Scatenata.

Ultimo e Mirkoeilcane, voto 10: Il congiuntivo è importante, l’amore di più. Questo Sanremo ha però incoronato non solamente i giovani, ma soprattutto la capacità di presentare testi “impegnati”, pieni di significato. Il Ballo delle Incertezze vince la sezione Nuove Proposte, mentre Stiamo Tutti Bene di Mirkoeilcane valgono al trentaduenne romano il premio della critica Mia Martini sezione Giovani e il premio della Giuria per il Miglior Testo assoluto. Il nuovo che avanza.

Ospiti, voto 7: Una media tra le eccellenze di Fiorello, Pausini e Negramaro, e le figure “barbine” che hanno fatto altri. Baglioni in stile Hannibal Lecter cannibalizza ogni voce gli canti vicino e, per questo, diventano oggetto di scherno sui social dopo le loro apparizioni. La scelta di puntare sugli italiani è stata vincente, così come la volontà di parlare poco e cantare molto. Finalmente gli ospiti sono stati ciò che la gente chiede: italiani, cantanti, bravi. Dessert.

Elio e Le Storie Tese, voto 4: Si presentano con la solita formula, ma il pubblico e la critica non sembrano apprezzare il loro brano che prelude lo scioglimento della storica band. La simpatia non si può discutere, ma Arrivedorci non migliora nemmeno dopo il quinto ascolto. Ultimi.

Nina Zilli, DecibelMario BiondiGiovanni CaccamoNoemiRenzo Rubino, voto 5: Un folto gruppo di artisti, che hanno presentato canzoni eterogenee, ma che condividono lo stesso voto. Il 5 a scuola lo si prende quando non si è andati malissimo, ma nemmeno sufficientemente bene. O magari quando ti chiedono di parlare della Rivoluzione Francese e tu sciorini fiumi di sapienza sulle Guerre Puniche. Bene, ma non benissimo, tutti e 6. Fuori tema.

Diodato & Roy PaciEnzo Avitabile & Peppe Servillo, Le Vibrazioni, voto 7-: Tre canzoni buone, divorate dal folto mare rappresentato dal televoto. Avitabile ci ha regalato una perla durante la serata dei duetti del venerdì, mentre Le Vibrazioni hanno saputo ritrovarsi attraverso le serate e, forse, ritrovare anche un pubblico. Diodato ha stupito positivamente per una canzone che ha da subito mostrato di avere un suo perché, non avendo però la capacità di migliorare durante la settimana del Festival. Distinti.

Red Canzian, Roby Facchinetti & Riccardo Fogli, voto 3: Non mi dilungo nemmeno troppo. Paolo Bitta, perdonami se puoi. Ma il nuovo deve avanzare e loro sono stati travolti. Perché?

Ron, voto 9: Portare una canzone di Lucio Dalla non è per niente facile, soprattutto perché la critica sarà pronta a disossarti ad un eventuale errore di interpretazione o esecuzione. Ron è impeccabile, poetico come lo sarebbe stato Dalla. La sua poesia è un inno al vero amore, che a Sanremo è una tematica comunque sempre vincente (quando la si sa affrontare). Sapiente.

The Kolors, voto 4: Se Maria (De Filippi) ti dice di non andare a Sanremo, tu non devi andare a Sanremo. Se Maria ti dice che tu devi cantare solo in Inglese, tu devi cantare solo in Inglese. Questa band è comunque il primo segnale di vita per il pop italiano dopo anni di nulla cosmico, e va sostenuta ed incoraggiata. Frida (Mai, Mai, Mai) non ha niente di sbagliato, ma in Inglese sarebbe stato un grande successo (propongo infatti una nuova versione, molto più British). Se non ti fidi, Stash, chiedi a Maria, credo ti dirà le stesse cose. Discoli.

Ornella Vanoni con Bungaro & Pacifico, voto 6: Non c’è bisogno di sottolineare la maestria di una leggenda come la Vanoni, né l’ottimo lavoro del duo che l’ha accompagnata. Forse è stato fatale il “duetto” del venerdì, o forse, più semplicemente, chi entra Papa esce Cardinale. E infatti… Maledizione.

Luca Barbarossa, voto 9: Finalmente con le parole e la musica di ieri si è riusciti a raccontare una storia di oggi. Barbarossa con Passame Er Sale porta a Sanremo la prima canzone in dialetto romanesco della storia della kermesse ed emoziona non solamente i romani, ma anche e soprattutto chi si rispecchia nella genuinità delle immagini che le sue parole portano alla mente. Neo-Trilussa.

Max Gazzè, voto 10: La sua canzone era semplicemente stupenda. Un’armonica trasposizione musicale di una leggenda tutta italiana, di quelle che nei paesi vengono raccontate dalle nonne sedute di fronte al portone. il brano portava con sè il background culturale e storico del passato del nostro paese, ma “il nuovo che avanza” ha imposto altre scelte. Fino al 2014 con una canzone così si vinceva a mani basse. Vincitore morale.

Annalisa, voto 9,5: La canzone è bella, lei è straordinariamente brava ad interpretarla, ma sul podio tutti si aspettavano Ron o Gazzè. I fischi probabilmente non sono arrivati solo dall’Ariston, perché in fondo Sanremo vuole vedere una canzone vincitrice che sia bella (e su questo punto anche Annalisa ci sta dentro totalmente), ma anche e soprattutto seria (e quel testo, sinceramente, non lo è). Grande merito per aver difeso egregiamente le quote rosa in un Sanremo che aveva una fortissima impronta maschile. Suffragetta.

Lo Stato Sociale, voto 10: Una vita in vacanza è l’inno della nostra generazione, di quelli che vorrebbero solo poter vivere la propria vita tranquillamente e invece si ritrovano a non sapere se vivono per lavorare o lavorano per vivere. La vecchia che balla (Paddy Jones, già scoperta a “Tu sì que vales” dalla De Filippi) e “niente nuovo che avanza” sono una dolce captatio benevolentiae che ha funzionato da sponsor per l’intera kermesse, promuovendo un podio formato da tre dei quattro partecipanti più giovani. Delirium.

Ermal Meta & Fabrizio Moro, voto 10: Squalificati, reintegrati, acclamati, proclamati. in 5 giorni ne hanno passate più loro che il famoso Gladiatore di Russell Crowe. Meraviglioso il testo della canzone, che potrebbe funzionare ottimamente al futuro Eurovision del 12 maggio. Dopo Gabbani con la sua scimmia, l’Italia sceglie di inviare a Lisbona due ragazzi che hanno cicatrici sul cuore e spalle larghissime, con un testo impegnato e capace di comunicare speranza contro il terrore che attanaglia le vite di tutti noi europei. Portabandiere.

Sanremo 2018, voto 9,5: In conclusione, vogliamo offrire anche questo nostro giudizio sulla kermesse in sè. Crediamo che non esista un Sanremo perfetto, ma che questo sia stato il migliore delle nostre vite (in redazione non c’è nessuno che abbia più di 26/27 primavere alle spalle. Baglioni ha trovato una formula vincente. Ora starà alla Rai e agli organizzatori del Festival perfezionare questo nuovo modo di fare Sanremo.

Al prossimo anno! Allegria!