Un punto di svolta rispetto al 2014

Il primo giugno di quest’anno si è formato l’attuale Governo. Lo so, sembra una vita fa. In parte perché, oggi, il mondo cambia ad un ritmo impressionante, tanto che facciamo fatica a tenerci al passo con gli eventi ed a coglierne la grande, crescente complessità. I temi sono tanti, tutti di grande attualità e alcuni anche di una certa rilevanza. Il destino dell’ILVA è ancora incredibilmente incerto, così come duello di infrastrutture a carattere transnazionale e di grande rilevanza strategica come TAP e TAV.

Come fermare l’arrivo di persone giovani, affamate, feconde e tanto disperate da attraversare la solitudine dei deserti e la proverbiale pericolosità del mare? Ma sopratutto, se la maggioranza delle persone che scappano dalla loro stessa terra, in Africa, non lasciano il continente, e solo una piccola parte – circa l’otto per cento – tenta di raggiungere l’Europa, c’è davvero bisogno di bloccarle?
Lo stesso giorno in cui il raffinato costituzionalista Michele Ainis ricorda l’esigenza della legge Mancino, che punisce con la reclusione Gino ad un anno e sei mesi la propaganda di idee fondate sull’odio razziale o etnico, esponenti governativi della Lega propongono di abolirla; Salvini concorda, ma frena, all’unisono con Di Maio.

I proclami e le smentite si susseguono, la confusione sembra farla da padrona anche all’interno del Governo. Con l’eccezione proprio della politica migratoria, riguardo alla quale il governo, compatto, si allinea alle politiche di chiusura già praticate dalla maggior parte dei Paesi Europei, Francia e Germania compresi. Persino Donald Trump è d’accordo e da’ il proprio assenso alla politica migratoria dell’Italia, ma questo non gli impedisce di firmare i provvedimenti che impongono i dazi sui prodotti europei. Ci sono poi alcune questioni che occupano più tempo di quello che meriterebbero, vedi la vicenda sulla nomina del Presidente della Rai. E intanto ci sarebbe bisogno di  scuole aperte anche di notte, più insegnanti e maggiormente preparati.

Tra tutte queste cose ce n’è una certa, e non meno importante. Da giovedì 23 Maggio a Domenica 26 Maggio 2019 si terranno, nei 27 Stati Membri dell’Unione Europea (per la prima volta non parteciperà il Regno Unito), quelle che potrebbero rivelarsi le più decisive elezioni europee dal 1979 ad oggi. Mentre si prospetta la possibilità della più grande alleanza di partiti di estrema destra e populisti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il Partito Democratico, che pure nell’ultima campagna elettorale aveva abbozzato un timido atteggiamento europeista, troppo impegnato nella determinazione del proprio futuro – si, ma quale? –  e nella scelta del proprio segretario – si, ma quando? -, sembra ignorare l’importanza del prossimo appuntamento elettorale. E così anche la società civile, l’associazionismo e gli intellettuali, con l’eccezione di Massimo Cacciari e pochi altri. Tutto tace. Il rischio, per chi voglia contrapporre all’odio ed alla paura, che ci rendono stupidi, la razionalità, il coraggio e l’apertura, è di farsi trovare impreparato. Con l’aggravante che, nelle prossime elezioni europee, a sfidarsi saranno due visioni diverse e contrapposte della cooperazione internazionale, della democrazia e della cultura dell’Uomo. Non si deciderà il destino del PD o il suo segretario, e neppure quello dell’Italia, ma quello dell’Europa, del mondo e delle generazioni future.

Gli italiani, per parte loro, saranno chiamati ad eleggere settantatré eurodeputati, contribuendo a ridefinire l’assetto del nuovo Parlamento – il decimo – e dei vari gruppi politici, attuali – quello socialista, quello Cristiano Democratico, quello conservatore, quello democratico – e ipotetici – dicevamo della possibilità di un fronte “populista”-.
Chi può votare?
Tutti i cittadini con una tessera elettorale valida, quindi tutti i cittadini che hanno compiuto diciotto anni e sui quali non sono in corso particolari limitazioni decise dall’Autorità giudiziaria.