carofiglio
Preferisce stare fuori in terrazza, perché c’è bel tempo. È affascinato dal modo in cui il sole accende la pietra leccese. Optiamo per un caffè, prima di iniziare l’intervista. Il caffè in ghiaccio gli ricorda la bella stagione. Parliamo un po’ di cinema. Bene di alcuni film, meno bene di altri. Parla con affetto e nostalgia del mestiere di magistrato e con precisione delle questioni di diritto, perché in fondo si sente ancora un giudice. È diretto e conciso quando parla delle elezioni e della riforma sulla legittima difesa. Perché non ha mai abbandonato la politica. È abile nel citare una battuta sporca di Robin Williams (non riportata) ed una brillante di Flaubert, perché è un intellettuale. È lineare quando esprime dei concetti, anche complessi, e coinvolgente quando racconta degli aneddoti, perché è soprattutto uno scrittore.
Accetta senza esitazioni la mia richiesta di intervistarlo, anche se subito dopo deve tenere una conferenza e in serata ha un aereo per Milano. Lui, autore tradotto in 28 lingue, modello per tutti gli studenti di giurisprudenza e amanti della scrittura (come me). Perché lui è tante cose, ma rimane sempre se stesso: Gianrico Carofiglio.
 
AG.S. – Gianrico Carofiglio diventa magistrato nel ‘86 e rimane in carica fino al 2013, anno in cui decide di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Infatti, Carofiglio è scrittore dal 2002, quando pubblica “Testimone inconsapevole”. Inoltre nel 2008 viene eletto senatore della Repubblica, carica che ricopre per l’intera legislatura. Si può affermare allora che la vita di Carofiglio sia un continuo viaggio di scoperta? Perché, secondo una frase di Proust a Lei molto cara, “il vero viaggio di scoperta non è vedere posti nuovi. Ma avere occhi nuovi”.
G.C. – È un buon motto, a me piace molto quella frase. Sintetizza un atteggiamento verso la vita che consente di trovare momenti di stupore anche in situazioni apparentemente normali o già vissute. A parte questo, è vero che a me è capitato di cambiare molte volte. Ne “Le tre del mattino” faccio dire a un personaggio che “bisognerebbe morire giovani, restando vivi”. È un po’ quello che forse ho fatto, per esempio, rispetto al lavoro di magistrato: me ne sono andato abbastanza giovane, ma ho conservato soprattutto bei ricordi di quel lavoro.
 
AG.S. – De “Le tre del mattino” avrei trattato più avanti, ma dato che è stato Lei a menzionarlo, ne parliamo adesso. “Le tre del mattino” rappresenta – a mio parere – un unicum nella sua produzione letteraria, perché, in quanto romanzo di formazione, sembra discostarsi dal prevalente genere noir. Vorrei sapere, da un lato, cosa c’è di autobiografico nell’opera, in particolar modo nel rapporto padre-figlio, e dall’altro se in futuro potremo leggere altri Suoi romanzi dello stesso genere.
G.C. – Intanto, ci sono altri romanzi che, in senso ampio, possono essere ricondotti a quella categoria, come “Il passato è una terra straniera”, un romanzo di formazione doloroso e violento; “Il bordo vertiginoso delle cose”, una storia che non ha nulla a che fare con il noir, e il breve romanzo, quasi memoir, “Né qui né altrove – una notte a Bari”, che racconta di tre amici che si ritrovano dopo vent’anni e regolano dei vecchi conti personali. Ciò detto, “Le tre del mattino” è sicuramente un romanzo di formazione nel senso stretto del termine, la storia di un ragazzo che diventa uomo attraverso un’esperienza decisiva della sua vita. Quanto all’autobiografia, come diceva Flaubert: “Madame Bovary c’est moi”. La mia risposta in generale è questa, non c’è un’autobiografia diretta, ma naturalmente c’è un’autobiografia per quanto riguarda le emozioni. A volte si prendono pezzi di sé, senza nemmeno sapere quali. Per raccontare buoni personaggi e buone storie, questo è inevitabile.
 
AG.S. – Dal 2013 la media di libri che Lei ha scritto è di uno all’anno: una media degna di Woody Allen. C’è un segreto per mantenere questa continuità o è tutta una questione di ispirazione?
G.C. – L’ispirazione è una parola che, nell’accezione comune del termine, non esiste. La scrittura, come ogni attività creativa, è soprattutto fatta di duro lavoro. Essa si avvantaggia delle restrizioni, intese come restrizioni di tempo, di spazio o di argomento. Spesso si pensa che queste categorie danneggino la creatività, ma, al contrario, la enfatizzano, perché la creatività, costretta in uno spazio circoscritto, libera le sue energie migliori. Poi è ovvio che bisogna avere le idee, le storie, ed io da questo punto di vista forse sono fortunato perché ne ho tante. Ma come diceva Edison, “la creatività è 1% ispirazione e 99% traspirazione”, ovvero lavoro duro.
 
AG.S. – Fin qui abbiamo citato letterati illustri come Proust e Flaubert. Ma per la sua formazione culturale quali sono stati gli autori, in ambito letterario o cinematografico, che l’hanno influenzata maggiormente?
G.C. – È una domanda a cui non sono mai stato particolarmente bravo a rispondere. Da un punto di vista stilistico potrei dire – e probabilmente è vero – un autore come Carver, il quale in realtà non mi ha mai davvero emozionato, ma che ho sempre ammirato per la sua capacità di dire solo ciò che è essenziale. Poi ho degli autori preferiti, delle opere che mi hanno colpito particolarmente. L’autore che mi è piaciuto di più forse è Kafka, ma non saprei dire se e quanto mi abbia influenzato. Ci sono certi libri e certi film che, in determinati momenti della mia vita, hanno avuto un impatto più intenso. Penso a “On the road”, parlando di poesia all’ “Antologia di Spoon River”, a film come “Picnic a Hanging Rock”, “Momenti di gloria”, “Un mercoledì da leoni”. Eppure, secondo me, le cose che ti influenzano di più sono quelle di cui hai meno consapevolezza, dei fiumi carsici che vengono fuori ma di cui non hai seguito bene il percorso. In generale, il fruire delle arti è una cosa molto anarchica, per quanto mi riguarda. E non sono neanche sicuro di voler sapere da dove viene quello che scrivo, perché quando conosci troppo bene il meccanismo, potresti non essere più in grado di governarlo.
 
AG.S. – Quindi possiamo dire che, di ciò che viene acquisito nel patrimonio culturale di ciascuno, non tutto conduce a qualcosa di concreto, ma tutto rimane in qualche modo impresso…
G.C. – Uno scrittore deve innanzitutto essere seduto su una enorme catasta di libri letti, e magari anche dimenticati, nel senso che non ne ricorda esattamente il contenuto, ma qualcosa è stato comunque messo in moto da quella lettura. Lo stesso vale per il cinema e le altre arti.
 
AG.S. – Molto bene. Ora spostiamoci nel mondo del diritto, a proposito della recente riforma sulla legittima difesa. Ritiene che fosse necessaria nel nostro ordinamento giuridico?
G.C. – Tecnicamente, è una patacca. Non serve a nulla, se non ad avvelenare il dibattito pubblico su questi temi. Tutti i comportamenti che i sostenitori della riforma ritenevano dovessero essere scriminati, lo erano già con la precedente disciplina, in particolare con la figura della legittima difesa putativa. L’obiettivo propagandistico annunciato dai sostenitori della riforma – cioè che chi si difende a casa propria non possa essere indagato e così via -, è un obiettivo totalmente irrealistico e impraticabile. Perché chiunque spara e uccide qualcuno a casa propria dovrà essere sottoposto a procedimento penale e saranno dei magistrati a giudicarne il comportamento, come è giusto che sia. È una norma in parte completamente inutile e in altra parte, nell’ipotesi di interpretazione estensiva, incostituzionale.
 
AG.S. – Possiamo definirla una riforma più politica che giuridica?
G.C.- È una riforma propagandistica.
 
AG.S. – Il 26 maggio si voterà per il parlamento europeo. Quali scenari potranno aprirsi in seguito alle sopracitate elezioni?
G.C. – In Parlamento europeo ci sarà, come c’era prima (e per fortuna), una vasta maggioranza di forze europeiste, nonostante un aumento della rappresentanza dei populisti, dell’estrema destra e, in un certo modo, anche dei neofascisti. Questa ovviamente non è una buona cosa, ma in concreto non cambierà nulla a livello europeo. Il problema può esserci in alcuni Paesi, come nel nostro, in cui l’aumento delle forze populiste avrà un coefficiente maggiore. Ma io sono convinto che è un fenomeno destinato a venir meno, in quanto privo di qualsiasi prospettiva sia nazionale che europea.
 
AG.S. – Ora leggo un passo tratto da “La manomissione delle parole”, in cui Lei a suo volta riporta una frase di Zagrebelsky: “il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza delle possibilità”. Quanto sono importanti, appunto, le parole, nella letteratura, nel diritto e nella politica?
G.C. – Sono fondamentali. Queste tre discipline sono accomunate, secondo la mia opinione, dalla responsabilità dell’uso del linguaggio. Chi le pratica deve essere consapevole del dovere di verità, legato all’uso delle parole. Il filosofo americano John Searle dice che “il primario contratto sociale di una collettività, è la fiducia in un linguaggio condiviso”. Significa che i destinatari di un qualsiasi messaggio, in particolare del messaggio politico, dovrebbero confidare nel fatto che le parole usate da chi parla, abbiano lo stesso significato per tutti. Quando le parole cominciano a perdere significato, e quindi il contratto sociale viene incrinato, si verifica una delegittimazione delle istituzioni e un indebolimento della democrazia; è per questo che i politici non dovrebbero – eppure oggi molti lo fanno – usare le parole come strumenti di manipolazione, ma come strumenti di comunicazione. Nel diritto, è fin troppo ovvio che l’uso del linguaggio serva all’applicazione corretta delle norme, e che quindi non debba essere un’operazione manipolatoria. Nella letteratura è di meno immediata comprensione il rapporto fra lingua e verità, ma la si può spiegare agevolmente. La verità della letteratura non ha ad oggetto fatti realmente accaduti, ma consiste nel dire la verità su una determinata esperienza umana che lo scrittore decide di raccontare, senza usare le parole come strumenti di abbellimento, ma scegliendo i termini precisi per dire quella specifica verità. Ciò è molto faticoso, ma è l’unico modo per fare quel lavoro nella maniera giusta, secondo me.
 
AG.S. – Siamo in fine. Vorrei solo sapere se, adesso che il maresciallo Fenoglio è stato primo in classifica per tanto tempo, non ci sia il rischio che l’avvocato Guerrieri, dal canto suo, si ingelosisca.
G.C. – (Ride). Questo dobbiamo chiederlo a lui. Siccome con ogni probabilità tornerà quest’anno, faremo a lui questa domanda.
 
AG.S. – È proprio lì che volevo arrivare…