rifiuti

“L’istinto sociale appartiene agli istinti fondamentali dell’uomo. L’uomo è destinato a vivere in società; se vive isolato non è un uomo completo, e contraddice a se stesso”. Così scriveva Fichte nella prima metà del 1800, delineando le basi per la filosofia politica dei secoli successivi. Ma come può l’uomo perseguire questa filosofia, quando è la società stessa ad escludere una fetta di cittadini dalla stessa? Ci sono storie di cattiva amministrazione pubblica in Italia che non vengono raccontate a sufficienza, e un esempio è il caso di Ponte Galeria, nella Capitale. Per questo un giovanissimo fotografo, Andrea Manganella, ha deciso che valesse la pena di immortalare e diffondere il ritratto di questa terra abbandonata.

Le foto sono state scattate nell’estrema periferia ovest di Roma, in un’area tra l’aeroporto di Fiumicino e la discarica di Malagrotta. Qui, tra via della Muratella, via di Ponte Galeria e via di Castel Malnome, il paesaggio è a tratti post-apocalittico: i servizi sono assenti o ridotti al minimo e a regnare sovrani sono l’incuria e gli ammassi di rifiuti. Un solo autobus attraversa la zona, in alcuni punti mancano allacciamenti del gas, lampioni o strade vere e proprie. Le dimore di migliaia di cittadini sono state costruite sul terreno paludoso che caratterizza l’ultimo corso del Tevere, senza la minima cura per le norme di sicurezza.

 

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Risale allo scorso 27 dicembre l’atto che concedeva l’autorizzazione ad utilizzare l’impianto della Valle Galeria per le cosiddette attività di “trasferenza”, ossia “di trasbordo con scarico a terra e carico dinamico di un quantitativo di rifiuti urbani residui”. Pur sapendo che la procedura è piuttosto dannosa per l’ambiente, l’Ama ha dato il nulla osta perché Roma è in stato di emergenza sul fronte rifiuti. Nel sito di Valle Galleria è stato possibile così trasferire circa 300 tonnellate di rifiuti urbani.

 

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La stessa Ama aveva garantito che “il punto logistico non sarà assolutamente utilizzato come sito di stoccaggio, ma solo per attività di scarico e carico[…] Ogni sera l’area sarà libera di rifiuti e ripulita con lavaggi ad hoc”. Le rassicurazioni, unite alla promessa di usare il sito aziendale di Ponte Malnome “sei mesi al massimo” sembrano ormai dimenticate. Basta osservare le condizioni in cui si trova l’area adesso.

Questo è quindi il destino di una terra già vessata da altre situazioni problematiche– come ad esempio quella del cpr. Il Centro di permanenza per il rimpatrio di Ponte Galeria ospita al momento 49 persone. Sono tutte donne, da quando la sezione maschile è stata chiusa nel 2015, in seguito a una rivolta. Le donne sono state portate nel centro dopo essere state trovate senza permesso di soggiorno durante una retata della polizia. Si tratta di colf, badanti, baby sitter, operaie tessili, donne sfruttate, lavoratrici in nero, prostitute ed ex prostitute, rom cresciute ai margini della città. All’interno del centro di detenzione i giorni sono lunghissimi e tutti uguali. Molte donne sono lì dentro da anni e la regolarizzazione, tra la mancanza di tutele legali e il buco nero della burocrazia, sembra un’utopia per molte, ormai.

In questo quartiere manca lo Stato, mancano la responsabilità e la stessa solidarietà umana. Le cause? Si possono ipotizzare: mancanza di tempo, di volontà politica di sollevare il problema, o semplice incapacità di gestirlo. I residenti in questo non-quartiere non possono fare molto, se non contemplare l’incuria e l’abbandono, e, come nel Deserto dei tartari, ogni giorno aspettano, invano, che qualcosa cambi. Condizioni simili spesso vietano una sana integrazione nella società a queste persone. Ed è un’occasione persa per loro, ma anche per tutti noi.

 

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