tempesta

Anche quest’anno il Silvano Toti Globe Theatre ci ha accolti e deliziati. Come ricorda il suo acclamato direttore artistico, Gigi Proietti, per gli appassionati lui e la sua creatura sono l’unico porto sicuro durante la torrida estate romana. Il buon maestro avanza tra l’entusiasmo e lo stupore generale, riscaldando l’atmosfera con semplicità e simpatia. Le note dolce e carezzevoli della sua voce ci conducono per mano lungo il sentiero che porta pian piano alla credulità. Oltre le sue spalle, già si intravede il guscio del sogno pronto a mostrarsi, la magnifica impalcatura progettata da Shakespeare e realizzata in questi giorni da Daniele Salvo.
L’attesa, e d’improvviso lo scoppio dell’azione scenica. Corpi frenetici si arrampicano su cime e paratie, ma dietro di loro soltanto anemici tendaggi. La nave squassata dalla furia delle onde in realtà è solo un modellino tormentato da una figura mascherata, vestita di stracci: lo spirito dell’aria Ariel, al servizio di Prospero, duca di Milano spodestato, potentissimo mago, padre, uomo amareggiato e ormai anziano.
D’ora in poi, i destini dei naufraghi saranno orchestrati da questo sovrano la cui reggia è una grotta fatta di stracci, tradito dal fratello e unico custode della figlia innocente cui è ignoto il mondo, minacciato da una terra selvaggia che ha però saputo dominare e sottomettere. Questa sensazione di regalità mista a senile consapevolezza è conferita magistralmente da un veterano dei palcoscenici nostrani, Ugo Pagliai. Il protagonista è uomo potente, capace di assicurarsi i servigi di Ariel e di sottomettere il mostruoso Caliban, ma parimenti stanco; legato alla promessa di libertà con il potente spirito, rappresentato nella gustosa idea del regista come un’entità collettiva e dagli atteggiamenti instabili, fabbricata con ballerini e acrobati capeggiati da Melania Giglio, intensa nella sua interpretazione.
Stanco, dicevamo: Caliban, progenie della strega Sycorax, unico abitante e padrone dell’isola fino all’arrivo di Prospero, tenta di violarne la figlia Miranda nonostante gli insegnamenti del vecchio duca lo avessero elevato dalla barbarie; e difatti questa percezione a noi svelata lo disegna con le sembianze proprie dell’essere meschino, il viso butterato in modo orribile, gobbo e dal timbro gracchiante e sofferente. Eppure non totalmente prono bensì aggressivo quanto traditore, simile, per movenze e condotta, al Gollum tolkeniano poi riportato sugli schermi con meritato successo. Il legame ispiratore originario è confermato, tra l’altro, da Tolkien stesso in una lettera al figlio; meravigliosi echi. La descritta fisionomia si adatta bene anche all’atmosfera farsesca conferita al trio Calibano, Stefano e Trinculo, formatosi nella scena II dell’atto II. Il meccanismo comico è efficace, a volte sconfina nel grossolano ma strappa tante risate e applausi.
Risulta purtroppo eccessivamente semplicistica la caratterizzazione di alcuni tra i comprimari più rilevanti, mentre personaggi cui sono riservate giusto alcune manciate di versi funzionano suscitando l’approvazione della platea. Ferdinando e Miranda, la cui passione è favorita dagli abili stratagemmi di Prospero, peccano di scarso vigore scenico, apparendo poco coinvolgenti, mentre la comitiva di nobili e notabili al seguito di re Alonso compone un bell’insieme di esperienza ed intensità, mantenendo l’attenzione ben alta anche nelle scene meno entusiasmanti del dramma.
Assolutamente di gran pregio gli effetti visivi e sonori. Un utilizzo massiccio volto a sottolineare, a rendere più nitidi e spessi i contorni dello scenario cui siamo partecipi, sintetizzandosi in un apporto consistente, ma forse eccessivamente ingombrante rispetto a porzioni di testo fondamentali.
Arriviamo così alla fascinosa violenza dell’ultimo atto, immobili ammiriamo la maschera di Prospero aderire al suo possessore fino all’estremo, spillare fino all’ultima goccia di tensione, per poi dolcemente cominciare a scivolargli di dosso mentre i contorni del sogno vanno sbiadendosi. Prospero getta la sua bacchetta, accoglie la vecchiaia e i relativi pensieri di morte, riservandosi come ultima gioia la vista della figlia che debutta nel mondo e corona il suo amore.
Quanti fascinosi rimandi possiamo scorgere aguzzando un po’ gli occhi: l’ultimo incantesimo, l’ultima impresa di un sovrano preda delle avversità, e parallelamente la penultima fatica del cigno dell’Avon. L’uno enuncia la malinconia dell’altro cantando sul proscenio il grande epilogo, una semplice, dolcissima richiesta di preghiera, “così penetrante da commuovere la stessa pietà, e liberare da ogni colpa”.