La politica tra palco e realtà

La politica è uno stile di vita: la politica è etica, è un modo di gestire le circostanze e di pensare per organizzare la società a livello macroscopico e microscopico. In uno Stato democratico, la politica rappresenta l’unione e la forza di una serie di ideologie provenienti da tutta la popolazione, ideologie che dovrebbero andare a riflettersi in un apparato professionale in grado di tenere testa alle sfide quotidiane economiche, sociali, strutturali. Ma come può una struttura di tale importanza reggersi in piedi, quando le sue basi sono mal fatte, rovinose? Quando si poggia su slogan privi di significato e non su proposte concrete? Quando i gruppi che ci rappresentano, sono portatori di odio che sfruttano il malcontento del paese per controllare il maggior numero d’individui? Un anno e pochi mesi fa il populismo ha vinto, con gruppi incapaci di elaborare idee proprie, ma abilissimi ad alimentare con le loro parole, quasi in una successione algoritmica, le paure degli italiani, sfruttando la loro condizione di instabilità, disomogeneità, insicurezza. Non si tratta di fare politica, ma di usare ogni mezzo possibile esclusivamente per ottenere potere. D’altronde, come espresso da Talleyrand, molti vedono la politica come un “un certo modo di agitare il popolo prima dell’uso” per piegarlo alle proprie necessità, usando toni violenti, irrisori, propagandistici. Coloro che nel governarci dovrebbero pesare le parole come fossero oro, in realtà le gettano al vento, incoscienti e senza limiti, rischiando la perdita diquei diritti per cui è stato versato del sangue.

Tuttavia, questo è uno dei tanti rischi della democrazia moderna, già evidenziati da Montesquie, che aveva compreso quanto fosse difficile per l’individuo anteporre i bisogni pubblici ai propri. A tali rischi si aggiunge un uso distorto della propaganda, vera forza di un apparato democratico. L’accogliere ogni messaggio venuto dall’alto come dato di fatto, porta a recepire l’informazione in maniera incompleta, se non del tutto erronea, e rende il cittadino sempre più passivo e disinteressato, carente di fiducia nelle istituzioni. Per questo, gran parte degli italianioggi non vota persone preparate e pronte a portare avanti, nel pieno rispetto della Costituzione, i propri progetti; preferisce disinteressarsi completamente della politica volta al dialogo preferendo invece quella che garantirà loro lavoro, favori, notorietà, a discapito dei più deboli, politicamente e socialmente. Questo ha portato all’elezione di partiti non competenti ma molto furbi, che hanno saputo sfruttare un clima “antipolitico”, accogliendo nelle loro file persone mediocri, con scarsa conoscenza delle problematiche reali del pase le quali hanno mostrato la loro incapacità nel far quadrare i conti, nel portare avanti progetti, nel trovare accordi pacifici con gli altri gruppi parlamentari. Si è persa di vista la vera essenza del fare politica sia a livello nazionale che nelle varie realtà locali. Sempre più persone tentano di accedere a cariche amministrative, in qualsiasi modo, senza minimamente sapere in cosa consistano, prive di qualsiasi nozione di base fondamentale per il buon governo ed il controllo della cosa pubblica.

Tale meccanismo si riversa anche sui più giovani che cercano di affacciarsi sulla scena politica, stanchi delle vecchie facce, convinti del superamento e l’allontanamento dei più anziani. Spesso questo porta a figure nuove maprive di un’adeguata guida, catapultate in determinati settori dal solo fascino della professione senza avere la più pallida idea di cosa sia la politica. Non è di certo questo il modo adeguato di affrontare un –assolutamente necessario– ricambio generazionale: seppure la situazione degradante in Italia permetta a chiunque un facile accesso in questi ambiti, i politici affermati non dovrebbero sfruttare la buona volontà e gli ideali di ragazzi volenterosi per ottenere voti strumentalizzando le loro figure , ma li dovrebbero istruire in uno dei lavori più nobili, che non nasce per avere ritorni economici o sociali, ma per garantire ad ogni cittadino benessere e protezione, e che va quindi portato avanti con competenza, criterio, devozione e impegno.Bisogna che la politica si vesta di personalità preparate e capaci, leader meritevoli, partiti dal basso che facendostrada con le proprie gambe senza abbassarsi alle direttive di nessuno.

In chiave europea mi sento di dover dire, al di là del colore politico, che un buon governo si basa sulla cooperazione, nazionale e internazionale, e non su scelte isolazionistiche; concetto che qualcuno sembra non percepire, vista la preferenza della sovranità nazionale sulla collaborazionecon gli altri Stati UE e non. Questa mancanza di un’unità collettiva è altamente controproducente per la nostra economia, poiché determina una mancanza di fiducia da parte degli investitori stranieri, che preferiscono spostare i loro capitali all’estero. Questo blocco degli investimenti aumenta il gap rispetto alla crescita europea, riflettendosi in un depotenziamento delle piccole e medie imprese, private inoltre del piano industria 4.0, che promuoveva innovazioni e capitale, e quindi un crollo delle assunzioni. Rimango sempre più convinto che questa Europa va cambiata perché quella odierna è bel lontana dal concetto di ‘’Stati uniti d’Europa’’ utilizzato da Winston Churchill nel 1946, ma la strada per farlo non è di certo l’allontanamento di un ente sovranazionale che serve tanto all’Italia in quanto garante di unità collettiva, economica e sociale.