Il terrorismo è, oggi, uno dei temi più discussi in materia di politica estera. Gran parte degli Stati nazionali da sempre lo contrasta in maniera ostinata per tutelare la libertà individuale, tentando di distruggere quella paura che ci vorrebbe schiavi di sistemi perversi e punitivi all’interno della democrazia. Il terrorismo di matrice jihadista ha iniziato ad interessare l’Europa in tempi recenti, con l’attacco alla sede di Charlie Hebdo a Parigi, nel 2015, con metodi di attacco e reclutamento ben diversi da quelli del terrorismo politico degli anni ’70. Tuttavia, non è mai stata affrontata in maniera seria l’instaurazione di un organo per la difesa comune, neanche dopo il Trattato di Maastricht del 1992, che ha suddiviso le politiche europee in tre pilastri, tra cui quello della Politica estera e sicurezza comune (PESC), passato in secondo piano rispetto agli interessi prettamente economici.L’Europa ha un approccio tattico nell’abbattimento del terrorismo e dispone di due think tank, Tactics e Impact Europe, i quali, promossi dalla Commissione Europea, spesso non hanno saputo interpretare al meglio alcune problematiche, sottovalutando potenziali terroristi che si sono rivelati enormi spine nel fianco dei governi europei. È accertato che un’efficace azione di contrasto al terrorismo internazionale si compia grazie a predisposizioni di natura legislativa, tecnica ed operativa, da tempo presenti in paesi come l’Italia, da sempre in lotta contro la criminalità organizzata, dove l’azione anticrimine ha una propria avanzata struttura di interforze che ha sventato dal 2014 ad oggi più di cento attentati e che prevede una separazione dei ruoli tra polizia e servizi segreti:solo così si può arrivare ad una vera e propria struttura funzionale e indipendente. Le forze di polizia, in Italia, hanno già dovuto affrontare importanti fenomeni di criminalità organizzata, oltre al terrorismo di matrice politica, agli inizi degli anni ‘70. I nostri reparti di Pubblica Sicurezza si sono così dotati di procedure tecniche investigative altamente consolidate, oltre che di una forte articolazione sul territorio, portando all’instaurazione di organi appositi: in materia di antiterrorismo, le indagini spettano ai reparti speciali NOCS. Ai servizi segreti spettano, invece, tutti i compiti di natura strategico-comparativa, grazie all’uso di modelli preventivi di riferimento che rendono possibile acquisire elementi conoscitivi utilizzati per limitare o neutralizzare il nemico. Sono fondamentali anche i modelli decisionali associati a quelli operativi, i quali permettono di costruire una matrice dei rischi strategici per la sicurezza nazionale, che ha un compito prioritario nella repressione del fenomeno. Per l’acquisizione dei dati necessari a fare ciò e per la loro elaborazione, l’intelligence si serve sempre di più delle nuove tecnologie, fondamentali in questa epoca in cui si parla tanto spesso di guerra cibernetica – o cyberwarfare – , l’insieme delle attività di preparazione e conduzione di operazioni di contrasto nello spazio cibernetico. Sviluppatasi solo successivamente al secondo dopoguerra, essa ha portato alla formazione di tecnici informatici specializzati in attività di controllo automatico e uso delle telecomunicazioni: la decodificazione di file protetti, ad esempio, determinante per sferrare o impedire un attacco utilizzando delle armi tattiche diverse e in parte ignote. Per questo, le battaglie in tale campo sono di norma portate avanti  dai servizi segreti, che in qualsiasi momento possono danneggiare i punti vitali di un sistema cambiando le sorti nazionali, continentali, mondiali. Mondiali: si tratta, infatti, di un fenomeno che riguarda tutti, indiscriminatamente, e che desta grande preoccupazione: secondo i dati raccolti dal Parlamento Europeo, il 77% dei cittadini UE non si sente sicuro di fronte alle minacce del terrorismo e vorrebbero che si facesse di più per contrastarlo. Ma affinché questa lotta sia in massimo grado efficiente, è necessaria una magistratura specializzata e suddivisa in direzioni distrettuali che formino unaefficiente struttura sovranazionale operativa basata su tre pilastri: prevenzione, conoscenza e repressione. Per quanto riguarda la prevenzione, tenendo a mente che la maggior parte degli attentati in Europa è stata commessa da cittadini europei radicalizzatisi, si comprende l’importanza delle tecniche di de-radicalizzazione e della conoscenza di tutte le potenziali minacce, che prevedono, per lo più, il recupero di ex radicalisti islamici e il contrasto della propaganda e dei viaggi dei combattenti volontari. In Italia, la problematica del terrorismo religioso ha un’urgenza relativa e proprio per questo il processo di avvicinamento alla de-radicalizzazione si sta rivelando piuttosto lento. La conoscenza effettiva deve essere dettata dalla formazione di un database che dia informazioni precise sui foreign fighters, sulla base di ciò che avviene con il passenger name record (PNR), la raccolta dei dati personali forniti dai passeggeri alle compagnie aeree. La condivisione delle informazioni è fondamentale, soprattutto se si tiene conto che criminali e terroristi utilizzano diverse identità per eludere i controlli alle frontiere. Conoscere significa anche sviluppare modelli decisionali che ne sfruttino altri statistici, come ad esempio quelli EDA e dei data sets: si tratta del punto focale dell’attività dell’intelligence, che si occuperà di priorità operative, anche se spesso il problema dell’uso indiscriminato delle nuove tecnologie porta ad un eccesso d’informazione che, come sostiene l’Europol, rischia di ‘’far rumore che nasconde il suono’’, non solo impedendo di individuare i dati necessari a una risposta immediata al problema, ma anche influenzandoli negativamente. L’ultimo pilastro è quello della mitigazione e della repressione, che consiste nell’analizzare le finalità dei combattenti affinché ci sia un controllo delle operazioni volte alla limitazione degli attacchi. Questo significa che bisogna valutare le azioni terroristiche mediante un’analisi costi-benefici, poiché i protagonisti del terrorismo operano come agenti razionali massimizzando i guadagni e minimizzando i costi. Questa prospettiva dovrebbe essere inserita all’interno di modelli decisionali e strategici tramite cui si possano valutare in materia tempestiva i potenziali attacchi. C’è bisogno di comportamenti non prevedibili, ma proattivi da parte delle forze di difesa e, perché no, anche da parte dei cittadini comuni.

Tali osservazioni fanno ben capire che la minaccia terroristica non è riconducibile ad un’entità statale definitiva e questa problematica territoriale causa non pochi ostacoli alle forze di contrasto: infatti, non solo vanno combattuti i guerriglieri, ma è fondamentale sconfiggere, politicamente e ideologicamente, tutti gli Stati che finanziano il terrorismo, come l’Arabia Saudita e il Qatar, soprattutto nelle zone di massima diffusione della religione musulmana, che, associata al pensiero wahhabita, getta le basi ideologiche per il terrorismo di matrice islamista: ricordiamo che sulle linee di pensiero del wahhabismo arabo si sono formati personaggi come Osama bin Laden. Tuttavia, l’interesse italiano dovrebbe ruotare maggiormente attorno all’area dei Paesi MENA, dato che, dopo la caduta del Muro di Berlino e la conseguente dissoluzione dell’URSS, la scena della politica estera si è interamente spostata in mano americana, escludendo il nostro Paese dalle geo-strategie e dalle relazioni storiche che ha sempre intrattenuto con i Paesi del Nord Africa. L’Italia deve prendere un’iniziativa politica nelle sue aree di interesse: è necessario che ritrovi quella centralità di difesa strategica iniziando a collaborare con tutti quei governi accusati di non saper badare alla sicurezza della propria nazione e di lasciare campo libero a tutte le fazioni ribelli che addestrano guerrieri per uccidere nel nome di Allah. L’Europa, allo stesso tempo, non deve tirarsi indietro nell’investire in nuove tecnologie, nell’aumentare le risorse umane impegnate nelle attività di contrasto e, soprattutto, deve fare in modo che ogni Stato dia il proprio contributo in politiche di difesa. Ricordiamo che il terrorismo opera su scala globale: questo rende opportuna una maggiore collaborazione tra gli Stati, dettata innanzitutto dal rafforzamento della cooperazione giudiziaria ed investigativa, da controlli più scrupolosi alle frontiere, che tengano traccia degli spostamenti dei cittadini non europei all’interno dell’area Schengen, dalla lotta alla criminalità organizzata, dal taglio ai finanziamenti del terrorismo tramite direttive antiriciclaggio che rendano più trasparenti gli utilizzi di valute virtuali e carte prepagate anonime, dall’impedire ai civili l’accesso alle armi più pericolose. Misure in parte prese grazie alla nuova legislazione europea sul terrorismo, che ha criminalizzato ogni azione volta a scopi terroristici e prevede una sinergia tra i controlli alle frontiere e una specifica legislazione che regoli l’aspetto normativo di espulsioni e rimpatri. Tuttavia, oltre agli aspetti più strettamente politici, è necessaria una riforma ideologica e culturale, che favorisca una più intima integrazione tra culture differenti e ponga motivo di cessare ad ogni rancore.