LA GIUSTIZIA AL TEMPO DEI CINQUE STELLE

Tra prescrizione, efficienza dell’apparato giudiziario e tutela dell’imputato.

prescrizione

Il consenso dell’attuale governo nel Paese rimane più o meno lo stesso del giorno del suo insediamento. Ciò non vuol dire che niente sia cambiato. Tutt’altro.

Eppur si muove, verrebbe da dire. Il consenso, infatti, sembra ridistribuirsi proprio all’interno della compagine così detta giallo-verde, come nei vasi comunicanti, trasmigrando dall’uno all’altro dei due schieramenti che compongono la maggioranza, dal Movimento cinque stelle -che passa dal trentadue per cento di Marzo al ventisei per cento di questi giorni-, alla Lega e basta- senza più Nord-, che cresce dal diciassette al trentatré per cento. Cosa che risulterebbe alquanto strana, dato che i due schieramenti governano insieme, ma che si spiega bene col fatto che i rispettivi programmi elettorali, confluiti in maniera non molto specifica e coordinata all’interno del contratto di governo, erano e rimangono molto diversi tra loro.

A ciò si aggiunga che il partito di Di Maio, nello stesso periodo in cui è impegnato a spiegare al proprio non troppo flessibile elettorato che su ILVA e TAP ha cambiato idea e che sul blocco della TAV bisognerà condurre una battaglia dagli esiti incerti- anche contro l’alleato di governo-, sembra destinato a votare il decreto Salvini sulla sicurezza, sgradito a buona parte dell’ala di sinistra del Movimento.

Stando così le cose, la proposta del Ministro Bonafede di bloccare il corso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado -anche in caso di assoluzione?- appare come una presa di posizione almeno in parte ideologica, diretta più che altro a recuperare consenso sul terreno dei temi cari al proprio elettorato, dando concretezza ad una posizione del Movimento cinque stelle, che è storica, ma non per questo necessariamente giusta.

A ciò si aggiunga che quello della prescrizione è un istituto del diritto sostanziale, la cui ratio risiede nel venire meno dell’interesse punitivo dello Stato dovuto al decorrere del tempo. D’altronde, ogni comportamento di tipo ostruzionistico e dilatorio degli avvocati per ottenere il proscioglimento del proprio assistito viene neutralizzato, già oggi, dagli istituti della sospensione e dell’interruzione della prescrizione -articoli159 e 160 del codice penale-, così come modificati dalle leggi n.251/2005, 17/2014 e 103/2017.

Appare, inoltre, evidente come la mancata conclusione del processo in termini ragionevoli non garantisce affatto il raggiungimento di una decisione giusta, ma anzi rischia di esporre al rischio di allontanare la decisione in un tempo indefinito, con il conseguente fallimento dell’amministrazione della giustizia in termini di efficienza e di tutela dell’imputato.

Peraltro, la proposta del Guardasigilli si cala in una realtà nella quale per i reati più gravi in termini di massimo della pena applicabile, il tempo della prescrizione è talmente lungo – ventidue anni nel caso della concussione- che, se non si riesce ad arrivare a una conclusione in tale tempo, non resta che prendere atto che il processo ha fallito. A ciò non ponendo rimedio il fatto che il cittadino imputato, che si presume innocente fino a prova contraria per espressa previsione costituzionale, venga esposto al rischio di essere ridotto alla condizione di “imputato a vita”.