La foto che è denuncia

Napoli,tredicenne aggredito; i genitori postano la foto su facebook

Il 17 Marzo a Mugnano, un paese alle porte di Napoli, Fabio – un ragazzo di 13 anni – è stato aggredito da 5 ragazzini, probabilmente suoi coetanei mentre tornava a casa da scuola. Il giovane è stato prima offeso verbalmente e poi preso a schiaffi e pugni, senza un apparente motivo. Fortunatamente le sue lesioni sono guaribili in pochi giorni. In sua compagnia era presente anche un altro ragazzo che è rimasto molto scosso, ma non ha subito violenze fisiche.

L’accaduto è stato denunciato dai genitori dell’offeso ai Carabinieri della Compagnia di Giugliano, che, diretti dal capitano Antonio De Lise, hanno avviato le indagini.

Questi i meri fatti che, purtroppo, da soli non avrebbero riscontrato una condivisione così vasta come quella che invece si è verificata (come dimostrano i dati per cui ogni giorno avviene un caso di bullismo o cyberbullismo, di cui non sappiamo nulla).

Sembra che a guadagnarsi l’attenzione delle testate giornalistiche e quindi del grande pubblico sia stato piuttosto il post su Facebook del padre del bambino aggredito, in cui l’uomo esprime la sua indignazione verso l’accaduto e a cui allega una foto del volto tumefatto del figlio.

In un recente articolo, Roberto Saviano condivide con noi quella che a mio parere è una grande verità: “I diritti si ottengono utilizzando corpi, corpi che diventano campi di battaglia”. Nell’articolo, Saviano si riferiva ai corpi morti e martoriati di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi ma, volendo uscire dal contesto, le sue parole possono assumere un valore e un significato molto più ampio, almeno per come personalmente le ho intese: un corpo ci riguarda, lo percepiamo un po’ nostro perché esattamente in un corpo come quello viviamo tutti i giorni Un corpo attrae il nostro sguardo, la nostra attenzione, la nostra curiosità e così ci apre alle porte del ragionamento proprio perché, forse, ci soffermiamo a riflettere per cercare una risposta soltanto davanti a qualcosa a cui non possiamo restare indifferenti. E, in questa ottica, l’immagine diviene un mezzo potentissimo per chi cerca di suscitare una reazione in chi guarda: che sia empatia, solidarietà o indignazione.

Il padre del bambino picchiato, pubblicando la foto in cui sono evidenti i segni delle botte, voleva denunciare un fenomeno e voleva che la sua denuncia non restasse inascoltata: potrete criticarne le modalità e gridare alla strumentalizzazione, ma quel padre aveva ragione. Perché quello che è accaduto a suo figlio non fosse solo uno dei tanti titoli che compaiono sulle nostre bacheche era necessario dare un volto a quella notizia, il volto di un bambino, il suo. Nessuna riflessione filosofica, ma poche e semplici parole che possono solo fare da didascalia ad una foto che ha già in sé il suo significato “nel modo più vero e crudo” (per dirlo con le stesse parole usate nel post di cui sopra).

Una notizia diviene così un appello a combattere il bullismo e una sollecitazione all’azione. Denunciate!

Perché, nonostante tutto, a discapito di come possa sembrare, Facebook non è un tribunale e un “mi piace” o un commento non sono una sentenza.

Il bullismo è un fenomeno in crescita, che colpisce soggetti sempre più giovani (22% dei casi riguarda vittime con età pari a 5 anni) inquinando un ambiente, quello scolastico, che dovrebbe essere educativo e stimolante, ma che invece diviene per molti un luogo di paura dal quale nascondersi o scappare. Tra le vittime di bullismo, infatti, troviamo la tendenza all’abbandono o alla dispersione scolastica; ma le conseguenze peggiori sono forse quelle emotive: il 30% delle vittime di bullismo mette in atto comportamenti di autolesionismo, mentre il 10% avrebbe pensato o tentato il suicidio, come riporta il dossier diffuso dal Telefono Azzurro.

I dati non sono certo positivi e sono un segnale di allarme che testimonia l’importanza di un fenomeno che troppo spesso e con troppa leggerezza viene sottovalutato o ignorato e che invece è di grande rilievo.