La festa svedese che illumina il buio della società

Novembre è sempre stato considerato un mese grigio triste e buio, ma quest’anno in Nordeuropea è stato peggio che mai. Ogni giorno che passa ci avviciniamo al record della nuvolosità che, stranamente, non significa pioggia, ma soltanto un grigio infinito. Non sono l’unica persona che avrebbe preferito un bel freddo “svegliante” piuttosto che non vedere il sole da tre settimane, ma purtroppo non possiamo decidere: non resta che aspettare che arrivi il Natale.

Natale, il periodo che inizia con l’accendere la prima delle quattro candele della candelabro dell’Avvento, prosegue con la processione di Santa Lucia il 13 dicembre e raggiunge il suo apice il 24 dicembre, con tanto di pranzo con gli parenti seguito dalla obbligatoria trasmissione di Paperino (Kalle Ankas julafton) alle tre del pomeriggio. È ancora presto, ma alcuni hanno già iniziato a sfidare il buio con luci sulle finestre: è evidente che ormai manca solo qualche settimana a Sankta Lucia.

Ci sono sempre alcune tradizioni considerate più importanti di altre, in quanto rappresentano meglio la propria l’identità nazionale all’interno del contesto europeo. Per gli svedesi sono due in particolare: la festa di metà estate e quella di Santa Lucia. Ma com’è che quest’ultima è riuscita a sopravvivere in un paese protestante? Perché non festeggiare il 7 ottobre, Santa Brigida (Heliga Birgitta) dal monastero di Vadstena che ancora oggi ha un suo ordine a Piazza Farnese?
Penso che sia proprio perché abbiamo più bisogno di luce in questo periodo di buio. Anche nei tempi antichi, prima del cristianesimo, si organizzavano delle feste nei giorni più bui dell’anno. Santa Lucia svolge quindi una funzione non solo come qualcosa che ci unisce ma anche che bilancia l’inclinazione assiale regalandoci giorni estivi che sembrano non finire mai e, meno piacevolmente, anche quelli invernali piuttosto brevi.

Uno deve sempre tenere in mente che parlando di tradizioni non si parla quanto del passato tanto del presente, non soltanto di quello che è stato considerato importante ma soprattutto di ciò che tutt’ora consideriamo importante, che forse ha qualche radice o spiegazione storica. Per quanto riguarda Santa Lucia, per esempio, la processione esisteva già nella metà Settecento, ma non era molto diffusa né fuori la classe borghese né oltre una zona geograficamente determinata. Nel metà dell’Ottocento iniziava a diffondersi nelle grandi città e in quelle universitarie, ma è diventata nazionale negli anni venti, quando uno dei giornali più importanti di Stoccolma ha fatto una gara per decidere chi avrebbe dovuto essere “Lucia” quell’anno. Da lì si è diffusa l’idea e ormai quasi tutti i quotidiani anche nelle città più piccole fanno delle gare che in realtà assomigliano a dei concorsi di bellezza. (Naturalmente queste sono cose che gli svedesi non sanno, basta essere cresciuti con lo spettacolo e uno crede che la tradizione sia antica.) La ragazza che è scelta Lucia ha l’onore di essere in capo della processione indossando una corona con delle candele accese e un lungo abito bianco che indossano anche le altre persone del coro che la segue cantando le canzoni natalizie. Gli spettatori ascoltano magari mangiando qualche biscotto allo zenzero e un lussekatt (lucegatto), dolce morbido giallo allo zafferano. Descritto così non sembra niente di particolare, ma vi assicuro che dopo un autunno così buio avreste sentito anche voi il bisogno di accendere qualche candelina e sentire delle canzoni che riconoscete dalla infanzia per festeggiare il ritorno della luce.

Un esempio della trasmissione annuale della televisione è questo (la melodia della canzone cantata quando entrano in scena è una canzone napoletana):

 

Per chi vuole vivere quest’esperienza in prima persona c’è una processione a Piazza Pierta a Roma il 10 dicembre organizzata dall’Ambasciata di Svezia (maggiori informazioni qui).