La Cina come una poesia

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Secondo Henry Kissinger, che peraltro non perde certo l’occasione di ribadirlo – negli ottimi libri che scrive, così come nelle rare interviste che concede – il ventunesimo secolo, questo secolo intenso, contraddittorio, sorprendente, che pare timido soltanto con riguardo alle politiche sociali e che accomuna tutti quelli attualmente in vita, appartiene alla Cina.

Quest’ultima starebbe “solo” aspettando, per esercitare tale supremazia, alla quale francamente sembra in un modo o nell’altro destinata, di trovare la sua vera vocazione, di vincere quella gloriosa ed eterna battaglia che porta alla conquista ed al riconoscimento della propria identità autentica, del proprio carattere. Come un essere umano qualsiasi.

Vista cosi, in effetti, se se ne si analizzano i comportamenti, le aspirazioni, i trionfi – sempre di più – e le sconfitte – sempre di meno -, la Cina sembra una cosa più di tutte: desiderosa di evolversi e di migliorare. E, se nel caso, una volta risolte le contraddizioni interne con cui deve fare ancora i conti, di prendersi un ruolo da leader politico-economico nello scenario mondiale.

Per diventare l’alternativa “comunista” al mondo dominante? Forse.

E chissà che questo non sia addirittura auspicabile, semplicemente in virtù di un generale principio di alternanza nella direzione politico-amministrativa di politiche ormai globali. Specialmente adesso, che i dubbi sulla natura dei rapporti tra Asia ed Occidente – partnership o confronto dialettico?-  sembrano essersi risolti in questa seconda direzione e che il sistema capitalista sta evidenziando una debolezza inedita, anche in termini di consenso popolare.

Con questo non voglio certo dire che la Cina sia destinata sicuramente a guidare il resto del modo in una “rivoluzione comunista”. La mia è soltanto un’ipotesi, non una profezia.

Non sto dicendo che, affinché il domani sia migliore dell’oggi, all’idea Repubblicana dovrà seguire per forza l’Idea Comunista.

Ma è un fatto che da quando il capitalismo classico è stato rilanciato dopo il collasso delle forme statali comuniste uscite dalla rivoluzione bolscevica, la Cina ha mantenuto comunque una certa stabilità politica, tanto che i vari Presidenti della Repubblica popolare si sono succeduti ininterrottamente da Mao a Xi Jinping, alla guida del partito dal 14 marzo 2013, rieletto il 25 ottobre di pochi giorni fa e incaricato di governare fino al 2022 almeno.

Ed è un fatto che questa attitudine della Cina a dare il meglio di sé, stia dando i frutti sperati, non solo in ambito economico ma anche in materia di tutela dell’ambiente, tanto per fare un esempio eclatante.

Dopo un periodo di Caos giuridico, che è andato dal 1949 al 1973, ed un periodo di assestamento della normativa e di adeguamento ai parametri internazionali- dal 1989 al 2000- che hanno prodotto i danni che sono sotto gli occhi di tutti, l’amministrazione di Pechino sta affrontando i grandi problemi legati all’inquinamento con risultati sorprendenti, sia sul piano dell’efficienza che su quello dell’efficacia. La Cina, inoltre, ha mostrato un deciso cambio di passo anche a livello internazionale, in occasione della 21° Conferenza quadro sui cambiamenti climatici (COP 21) che si è tenuta a Parigi nel dicembre 2015, quando Pechino ha preso per la prima volta impegni vincolanti sulla riduzione delle emissioni di gas climalteranti ponendosi così fra i paesi guida nel contrasto al cambiamento climatico.

La questione ambientale è sempre più rilevante anche per l’opinione pubblica cinese. Tanto che, tra le poche proteste che si verificano per le strade e nelle piazze della                inquinatissima Beijing, le uniche a non essere represse dalle forze dell’ordine sono proprio quelle che invocano istanze di natura ambientale. Vale la pena di sottolineare anche come negli ultimi decenni, ma già a partire dal 1949, scienza e tecnologia, in Cina, abbiano conosciuto uno sviluppo rapidissimo. Senza contare che, nella guerra per la conquista dell’intelligenza artificiale, i cinesi sono i principali favoriti per una eventuale vittoria. Secondo alcuni, il modello a partito unico che caratterizza l’ex-Impero più vasto del mondo potrebbe essere stato di qualche aiuto nell’attuare politiche tanto incisive in tempi cosi brevi.

E questo è un altro fatto, che il taboo del regime socialista sembra sfatato, anche da noi, in Europa e in Italia. Dove quello cinese, ormai, non è considerato niente di peggio di un modello tra i tanti possibili, di cui riconosciamo pregi e difetti, ma al quale comunque continuiamo a preferire il nostro, quello democratico.