chiave
“Non sono un assassino”, sussurra il vicequestore Francesco Prencipe (Riccardo Scamarcio) nell’orecchio del personaggio interpretato da Claudia Gerini, ovvero il pubblico ministero incaricato di scoprire se, effettivamente, Prencipe è colpevole oppure innocente. Se è un assassino o se non lo è.
Lo spettatore, dal canto suo, ha un compito non meno complicato, e cioè ricostruire il puzzle propostogli dal regista, Andrea Zaccariello, che frammenta la narrazione attraverso flashback e proiezioni dell’inconscio dei personaggi, che solo alla fine verranno ricostruiti definitivamente. La regia all’inizio sembra quasi pretendere troppo da se stessa, apparentemente indecisa, ma man mano che la storia procede, tutte le tessere del mosaico vengono riportate al loro posto. La trama, concepita dalla penna del magistrato e scrittore barese Francesco Caringella, ruota intorno all’omicidio del giudice Mastropaolo (Alessio Boni), ma una serie concatenata di vicende contribuisce ad arricchire il film, e a mantenere la suspense viva nello spettatore fino all’ultima scena. L’antica amicizia fra Prencipe, Mastropaolo e Giorgio (Edoardo Pesce); il rapporto di Prencipe con la famiglia e l’amore; il processo intentatogli per l’omicidio del suo migliore amico; il perpetuo scontro fra giustizia e crimine organizzato. Ma la sottile linea rossa che attraversa tutta la pellicola è una chiave, che viene continuamente scambiata fra Scamarcio e Pesce, la quale sigilla un segreto contenuto in un cassetto e allo stesso tempo rappresenta la tentazione del Diavolo all’anima. Perché, come diceva Zafón, “tutti custodiamo un segreto chiuso a chiave nella soffitta dell’anima”.
Ed allora il thriller giudiziario “Non sono un assassino”, che “indaga” sul lato più buio della coscienza umana, vuole ricordarci che il diavolo esiste ed è fra noi, anche se spesso è abile nel convincerci del contrario. Che la realtà non è mai univoca, ma le sue molteplici sfumature dipendono sempre dal “colore del vetro” (per citare un’altra opera di Caringella) da cui sono filtrate. Che ognuno di noi ha una chiave, con la quale può aprire la soffitta (o il cassetto) più recondita del nostro animo. Solo che a volte, quella soffitta, conviene tenerla chiusa.