È noto ad ogni essere il diritto a nascere, crescere e morire.

Questa regola valeva anche per loro.

Due uomini, dirimpettai, entrambi dediti al lavoro, chi più chi meno (il primo passava più tempo nei campi con la falce a raccogliere grano e persone, l’altro nella chiesa della piazza a rimettere i propri e altrui peccati e pregare dio), diversamente da come accade tra normali vicini, non andavano molto d’accordo, anzi, si odiavano. Spesso capitava loro di ritrovarsi sull’uscio di casa e litigare, rivendicando ciascuno la parte di strada della piazza che gli spettava. Ognuno adduceva valide motivazioni alla discussione, nessuno voleva ritrattare la propria posizione e quasi sempre si giungeva persino all’uso delle mani.

Così ogni sera, di ritorno a casa, rispettivamente mogli e i figli, rivedendo i propri cari sempre malconci e adirati a causa delle dispute, tentavano di convincerli a smettere con questi giochi da bambini o a non ridursi in tal modo. Gli uomini, però, andavano su tutte le furie, finendo col trascorrere l’intera notte tra urla, botte e sedie rotte: “Ne va di mezzo il mio onore!” ribattevano ai poveri parenti impiccioni, “e voi che ne volete sapere? So cose da galantuomini!” aggiungevano con tutta fierezza i due signori.

Entrambi, infatti, nonostante tutto, si rispettavano ed erano, a volte, incuriositi dalle accuse che il vicino-avversario avrebbe intentato contro l’altro il giorno seguente; erano così sconsideratamente attratti da questo gioco quotidiano da dimenticare la loro reale età. Pertanto ogni mattina le due vicine si ritrovavano fuori dai balconi, e mentre stendevano sui fili il bucato appena lavato nelle tinozze di cenere, sparlavano e chiacchieravano, come solitamente accade alle buone comari, ignorando il trambusto della notte precedente.

Ogni giorno si ripeteva la stessa storia.

Passarono mesi, anni e, persino quando i capelli si fecero canuti, i due continuavano a battibeccare con argomenti sempre più elaborati, a volte anche frutto di grande lungimiranza. Così dalle mani si passò ai bastoni e dalle cenere delle tinozze, ai detersivi della lavatrice, ma il rispetto tra i due rimaneva stabile come quello d’un tempo, finché, in una notte d’inverno, il destino dei viventi bussò alla porta di uno dei due per portarlo con sé.

L’indomani mattina l’altro gioì per per l’accaduto: “Oh! Finalmente potrò uscire di casa senza vedermi quella brutta faccia! Ho vinto! Ora sarò libero di fare quel che voglio e nessuno avrà da reclamare. Bisogna far festa!” e, preso il vino buono delle grandi occasioni, brindò.

Il giorno seguente il vecchio uscì di casa per poter godere in santa pace delle cose per cui aveva animosamente lottato per tutti quegli anni con il vicino ormai morto, ma ben presto si accorse che il tempo fu canaglia: al posto dello spazio reclamato vi avevano costruito un palazzo, così alto da aver svuotato l’intera piazza. Notò con grande sgomento che le altre case erano abbandonate e non c’erano più vicini con cui poter parlare o litigare. Nemmeno i passanti lo stavano ad ascoltare, correvano tutti come pazzi senza parlare tra di loro ognuno ”aveva da fare” , dicevano.

Il vecchio aveva capito, se ne tornò a casa e non vi uscì più.

Di lui non si seppe più nulla.

Si racconta che mentre spirasse, nel fondo dell’Ombra ebbe una visione: una voce sussurrò alle sue orecchie, il vecchio sorrise e rincominciò a litigare come era solito fare.

Il destino gli aveva dato in dono ciò che mai avrebbe potuto immaginare di avere, prima che il mondo gli crollasse addosso, prima del grande silenzio.

La memoria fa giochi strani: dei vecchi si acclamano le gesta, mai la stima e la lealtà che regge la competizione, ma soprattutto le idee che rendono i nemici vicini e compagni della stessa e unica piazza.

A Enzo, Onofrio e Pinuccio.

La storia

 

Chichibio