soluzione

Apro gli occhi lentamente e cerco di ricordare quali erano i piani che avevo fatto ieri per oggi.
“È domenica, quindi posso dormire un po’ di più”, avevo pensato. “Quindi sveglia alle nove”, avevo deciso.

Ed invece, aggrappata al sonno dolce della notte, spengo la sveglia e mi concedo qualche altro minuto. Sono in bilico fra sonno e mattino. Sono cosciente, ma ho il corpo stanco e la gentile concessione di un po’ di sonno in più non abbandona la mia mente. “Non ho ritardato la sveglia”, penso. “E se passano ore, io poi come faccio?”. Mi giro nel lenzuolo. Ieri faceva così caldo che ho dormito in mutande e canottiera e realizzo che forse dovrei comprare un pigiama nuovo, più leggero rispetto a quelli che uso. Tutti pensieri tecnici, di quelli che si dice vengano messi in ordine nella mente di una donna la sera prima di addormentarsi e che magicamente sono ancora lì, un po’ modificati alle volte, la mattina dopo. Pensieri tecnici. Pulire: fare la lavatrice, lavare i piatti della sera prima, passare l’aspirapolvere. Sport: andare a fare una passeggiata a Villa Ada alle 12:00, andare in palestra. Studiare: per francese, per spagnolo, per l’IELTS, per la tesi, per Newsmaking. Comprare: il biglietto per Napoli, il regalo per il 18° di Michi, il vestito per il 18° di Michi, i biglietti per Bruxelles. Pensieri tecnici scritti nella lista mentale, nella lista dentro l’agenda, nella bacheca sul muro. Ho risparmiato solo il calendario in camera, perchè lo spazio è troppo piccolo per potercela scrivere tutta. Forse potrei scrivere una cosa per giorno. E magari farle anche una ad una, con calma e costanza. Sorrido, “Certo”.

Già lo sento dall’odore dell’aria che entra dagli spifferi della finestra, ma ancora di più dalla luce filtrata che trapassa timida le tende della camera. Oggi è una di quelle giornate che io chiamo tiepide, di stallo. Quando tutto sembra fermo e il tempo non riesce a scorrere. Già me lo sento. Con gli occhi chiusi, raggomitolata nel mio lenzuolo, con un pigiama discutibile, io, già me lo sento. Sarà una di quelle giornate ferme, senza pioggia nè sole. Senza vento. E anche se un filo d’aria coraggioso sfilasse fra i palazzi, portando qualche foglia con sè, sarebbe così rispettoso di questa bolla che lo farebbe con delicatezza. “Frush frush” e poi chiederebbe scusa acquietandosi. Guardo l’ora. 9:28. Sospiro arresa all’evidenza e mi alzo. Qualche passo verso la finestra, scosto leggermente la tenda. “Eccolo lì” il cielo di Berlino, che mi fissa. Mi sfida a riconoscere i contorni. Sembra non ci sia ed io mi sento galleggiare in questa indecisione. Chiusa nell’indefinito. Tutto straborda dai propri confini, ma io non posso fare niente per evitarlo. È una giornata tiepida punto e basta, bisogna accettarlo.

Il biancore di questo cielo infinito, che dal settimo piano di una palazzo a Roma sembra ancora più vasto, mi opprime. La sua presenza la sento sulla pelle, è come ovatta, ma pesante. Se si potesse tagliare, strappare, io sono sicura che sotto uscirebbe un azzurro accecante che finalmente romperebbe la fragilità di questa dimensione i cui contorni offuscati frenano le azioni. Io sono sicura che oggi non succederà niente. Niente. Niente che sia frenetico, diretto, rapido. Niente che sia disarmante, scioccante, necessario.

Ho un dolore leggero alla fronte. Stringo il pollice e l’indice fra le due sopracciglia. Stropiccio gli occhi e faccio il caffè. L’unico modo per affrontare una giornata morbida è un bel caffè. Con un bel latte e dei bei biscotti. Però il caffè Quarta, col suo aroma al cioccolato. E i biscotti, quelli del forno di Morciano, quelli grandi, che piacciono tanto a mio fratello e che non gli entravano in valigia. Faccio colazione e finisco il latte. Sbuffo. Visualizzo la lista mentale e aggiungo sotto la voce Comprare, il latte. Fatto.

Sento le campane per la Messa in lontananza, così lontane che il loro suono è sicuramente attutito dall’ovatta. “Din Don” e poi si scusano. Hanno interrotto con il loro timbro dorato il silenzio che dilaga. Lo immagino fluido che riempie le strade, le case, le menti. Così fragile e al contempo duro, imperterrito. Sono attonita. “Chissà se le campane hanno i bordi, oggi”. Impossibile. Tutto è confuso. Dove inizia e finisce non si può riconoscere. Liscio o ruvido, intero, rotto. Oggi non si sa. Oggi è tutto uguale. Tutto piatto, morbido, offuscato. Ecco, offuscato è la parola giusta. Offuscato dalla luce, dalla nebbia, dal biancore del mattino, dalla comodità della domenica, dalla delicatezza del vento, dal tono delle campane rotonde. Tutto è uguale e inscindibile.

Attutita da questa dimensione, devo trovare una via d’uscita.

Io, che in questo momento sono un tutt’uno con il cielo, il vento, il suono, i bordi confusi.

Io, che sono un bordo confuso.

Io, che sono confusa.

Io, che sono.

Io, che.

Io

che decido

che è ora di farmi un altro caffè.

Un buon caffè dall’aroma al cioccolato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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