All’essere umano serviva un concetto per spiegarsi perché il sole e la luna si alternano in cielo, perché il corpo a un certo puntoprogressivamente inizia a degradarsi e, con le prime civiltà propriamente dette, per organizzare in modo organico il proprio lavoro. Così, è arrivato a inventarsi il tempo.

È innegabile che la nozione di temporalità abbia un’accezione oggettiva, legata al ciclo vitale degli elementi che abitano il mondo: vediamo le foglie cadere dopo l’autunno, marcire d’inverno e germogliare in primavera. Vediamo il nostro corpo crescere e cambiare fino a un certo punto in cui,progressivamente, si rattrappisce facendo un percorso inverso. Eppure, come prodotto umano, è inevitabile che il tempo venga percepito anche in maniera soggettiva, la quale, più che individuale, assume sempre più un carattere comunitario.

Il sociologo e filosofo tedesco Hartmut Rosa, esponente della nuova generazione della Scuola di Francoforte, afferma che è attualmente in atto un cambiamento nel modo in cui concepiamo il tempo, e in particolare la storia, come collettività. Semplificando al massimo, è come se la distanza tra il vissuto passato e il futuro (da lui definiti “spazio di esperienza” e “orizzonte di attesa”, prendendo in prestito le denominazioni di Reinhart Koselleck) si sia progressivamente ridotta fino a far quasi coincidere le due dimensioni. Da qui risulta la “fine della storia” nel senso di progressione lineare di eventi, per la quale non importa il genere e il peso degli avvenimenti che eventualmente accadranno: non vivremo più nulla che possa dirsi davvero nuovo. Il mutamento della concezione di storia è legato a un avanzamento tecnologico e sociale avente come conseguenza un’accelerazione del tempo, che inevitabilmente ha delle ripercussioni sulla percezione dell’esistenza.

L’accelerazione del tempo trascende dai confini territoriali e si infiltra in seno a ogni comunità a prescindere da dove essa si trovi nel globo. Negli ultimi tempi non è difficile sentire la frase “non ho tempo”; facendo attenzione ci renderemmo conto di quante volte la pronunciamo noi stessi. Si diffonde l’impressione che il tempo ci sfugga dalle mani e che esso abbia assunto una velocità che per noi non è sostenibile. Hartmut Rosa fa risalire questo incredibile aumento del ritmo vitale legato all’inizio della cosiddetta “modernità tardiva” alla moltiplicazione delle esperienze possibili in un dato segmento di tempo limitato, di cui l’esempio più esplicativo è il multitasking – ma basta soffermarsi sulla propria quotidianità per trovarne di diversi altri. Si aggiunge a questo un’esigenza incalzante di massimizzare la produttività, ormai presente in qualunque ambiente sociale e spinta da un “obbligo morale” di competizione per il quale, esemplificando in modo banale, non è accettabile fare una pausa pranzo di venti minuti anziché dieci, perché “non possiamo permettercelo”.

Si viene dunque a creare un paradosso nella gestione del nostro tempo, il quale, al contrario di qualunque percezione individuale o comunitaria, rimane quantitativamente uguale. Da un lato ci sentiamo pressati dall’obbligazione di dover concludere impegni che crediamo fondamentali per mantenere il nostro status quo o migliorarlo, e la costante paura di starci perdendo qualcosa e di essere in ritardo ci mette sempre più fretta. Dall’altro, l’angoscia che deriva da ciò, piuttosto che spingerci a sfruttare il nostro tempo in maniera “efficiente”, ci porta a perderlo. Il tempo viene contemporaneamente usurato e sprecato, al punto in cui non c’è via di mezzo tra il riempirsi la giornata di cose da fare tanto da non avere il momento di un respiro o passarla a scorrere insensatamente la home di Instagram, Facebook o chi per loro.

Il prodotto di tutto questo è una frustrazione profonda che nessuna spunta sulla nostra “To Do List” può colmare ed è rivolta ad ogni aspetto della nostra vita: verso noi stessi, che non siamo mai all’altezza; verso le relazioni con gli altri, che non ci soddisfano e non sentiamo davvero; verso le istituzioni, incapaci di sostenerci adeguatamente davanti a questo flusso incessante di cambiamenti.Possiamo riassumere tutto questo in un concetto già ampiamente discusso e tanto caro alla filosofia, soprattutto a partire da Marx: l’alienazione.

Rosa non può offrire una strada univoca e risolutiva per risolverequesta condizione “alienata”, ma individua un punto di partenza che risiede nel concetto di risonanza. Essa, essenzialmente, consiste nel fermarsi e ascoltare gli altri, ma trascende dalla semplice empatia o connessione. Inoltre, l’ampiezza del suo piano di fuoco non è limitata agli individui ma comprende qualunque cosa con cui possiamo entrare materialmente e sensorialmente in rapporto – la musica, prima di tutto. La risonanza è il momento in cui il vero contatto si ricostruisce e si ricomincia a “sentire” davvero tutti gli elementi dell’ambiente con cui entriamo in relazione, con la capacità intrinseca di permettergli, senza timore,di trasformarci in modo incontrollato e imprevedibile a contatto con idee, sentimenti e opinioni differenti dalle nostre. Facendo eco alla visione di Milan Kundera, si tratta di ridare importanza alla lentezza, non sotto un punto di vista del ritmo a cui procede lo sviluppo del nostro sistema – la velocità del progresso non può arrestarsi, né ciò è quello che serve all’umanità –, ma rivalutando il modo in cui, all’interno di esso, ci relazioniamo agli altri.

È una strategia di apertura attiva al mondo esterno a cui, tuttavia,si potrebbero imputare banalità, o un’attitudine troppo naif. È inimmaginabile pensare di opporsi alla velocità in un mondo regolato da essa, in cui regna l’imperativo dell’“homo homini lupus”: rischiare di restare indietro sembra un prezzo troppo alto. Tuttavia, più che argomenti a sfavore, le critiche sollevate sulconcetto di risonanza sottolineano piuttosto l’esigenza stessa della sua applicazione.

Charlie Chaplin, nel celebre discorso de “Il Grande Dittatore”, ci dice che “abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi in noi stessi. […] Pensiamo troppo, e sentiamo troppo poco”. Il focus sull’individuo singolo non porta più a una riflessione emancipativa dell’io né alla costruzione di un’identità stabile: siamo invece più fragili, perché ogni altra persona ci appare come una minaccia ai valori aleatori che crediamo nostri e ai castelli in aria che ci siamo costruiti, ma sono in realtà il prodotto di un sistema che, in termini foucaultiani, ci tiene costantemente sotto controllo e in competizione. Queste contraddizioni strutturali si riflettono nelle istituzioni poiché in un mondo senza risonanza, non c’è reattività, e una politica (nello specifico, un sistema democratico) che non riesca a rispondere attivamente alle voci dei propri cittadini riducendosi a una gara per gli interessi, ha fallito nel suo obiettivo primario.

Un mondo risonante suppone al contrario che si cominci a vedere le relazioni come fini piuttosto che mezzi, e che si smetta di giudicarle in termini di costi e benefici, così come di concepire l’approccio agli altri su una base manipolativa e utilitarista. Applicato alla più ampia sfera politica, si tratta di dare egual peso a ogni voce preservandone dunque la diversità, senza imporre una visione unica, cosicché gli individui si possano davvero sentire parte del progetto di formazione e trasformazione della propria comunità. A questo proposito, Rosa indica come esempio l’Unione Europea: egli la descrive come insicura della propria validità, preferendo chiudersi in sé stessa piuttosto che credere di poter davvero apportare un contributo consistente alla scena internazionale; questa debolezza offusca la vera realtà delle cose, e se l’Europa riuscisse a superarla applicando i parametri descritti più avanti, sarebbe il primo modello di “terra di risonanza”.

La risonanza diventa così il modo di sottrarsi ai meccanismi di costrizione sociale che noi stessi abbiamo costruito e di cui abbiamo perso il controllo: si tratta, dunque, di riappropriarci delle strutture fondamentali su cui si basa la nostra realtà socialeconcependole in modo nuovo, ridando la centralità al loro carattere umano.