Il populismo è pericoloso…?

Quando forse contro il “pericolo” è meglio sbatterci il muso

Populismo

Uno spettro si aggira per l’Europa: quello del populismo.
Non serve echeggiare Carlo Marx per avere un’idea di quel che sta accadendo nel mondo: spettro o no, il vento del cosiddetto “populismo” ha ormai spazzato le lande dell’Occidente globalizzato e capitalista in lungo e in largo, scuotendo le persiane e svegliando, col suo ululato echeggiante nel cuore della notte, molti di quelli che dormivano beati al tepore dei loro comodi letti. Populismo di destra, di sinistra, di centro, rosso, nero, xenofobo, demagogo, sociale, euroscettico, in tutte le salse: “populismo” è un termine ormai a tal punto usato, o meglio abusato che, a furia di voler coprire troppo, vede allargare a dismisura le sue maglie fino a consumarsi, sfilacciarsi, strapparsi e quindi non coprire proprio più niente.
“Populismo” è tutto e niente. Tutto: tutto quello che non rientra nel contenitore del pensiero mainstream; niente: niente che valga la pena considerare e sforzarsi di comprendere, in quanto irrimediabilmente ed inesorabilmente marchiato dallo stigma del politicamente scorretto.

Domani, 7 maggio 2017, si gioca la partita più importante, per il cosiddetto “populismo”, dai fasti della Brexit e di Donald Trump. Questa volta in ballo c’è l’Eliseo e, allungando lo sguardo oltre di esso, non è difficile arrivare a Bruxelles e scorgere la sagoma di un edificio ben più grande, che vede pericolosamente oscillare le sue fondamenta.
Il pericolo è lì, che parla dall’alto dei suoi podi a piazze furibonde e infervorate: esso risponde al nome di Marine Le Pen.
Il film sembra avere un copione lineare: buoni contro cattivi, pericolosi sovversivi dell’ordine faticosamente costituito conto chi quell’ordine si erge a difenderlo.
Ma siamo poi così sicuri? Forse una situazione così delicata merita invero un’analisi più attenta e approfondita. Siamo così sicuri, cioè, che quello che oggi additiamo come pericolo sia da evitare ad ogni costo? Mi spiego meglio: possiamo veramente affermare che l’alternativa al presunto pericolo non sia più pericolosa del pericolo stesso?
Probabilmente (ma le probabilità negli ultimi tempi son state alquanto capricciose), Emmanuel Macron sarà il prossimo Presidente della Repubblica Francese: e poi? Si andrà avanti sullo stesso identico percorso di Sarkozy e Hollande, ma che è lo stesso di Gentiloni, Renzi e dei loro predecessori; un percorso lastricato di erosione dei diritti sindacali, tagli alla spesa pubblica, rispetto ostinato di parametri inventati o sbagliati, totale incapacità di gestire il fenomeno immigratorio. E poi? Nel mentre, il malcontento diffuso che c’è e che continuerà necessariamente ad esserci continuerà a fermentare, ad esasperarsi, ad inasprirsi.
Macron sarà un ferro che andrà a infierire su una ferita già aperta e viva, approfondendola. Sarà allora la Le Pen il punto di sutura di cui la ferita necessita per chiudersi? Chi scrive non lo crede; tuttavia, la Le Pen potrebbe essere verosimilmente il disinfettante che, gettato sulla ferita, la farà spurgare e le consentirà di espellere l’infezione, prima che arrivi ai gangli vitali dell’organismo europeo. La Le Pen può dare, a quel malcontento montante, una valvola di sfogo di cui la Francia e l’Europa necessitano. Come una teiera il cui coperchio balla freneticamente, sospinto dall’acqua incandescente che bolle a temperature estreme al suo interno, il turbamento ampio, diffuso e profondo nella società europea ha bisogno di un foro per eiettare il vapore bollente, prima che le sue naturali conseguenze divengano irreversibili per i popoli del nostro continente. La veemente folata che se ne originerebbe travolgerà, seccando e divellendo, i deboli arbusti del vivaio maastrichtiano-lisbonese? Certamente. Ma veramente abbiamo il coraggio di dire che l’Unione Europea non se lo sarebbe meritato? Essa promuove un modello economico neoliberista, che sostiene la necessità di agevolare i meccanismi concorrenziali del mercato al fine di consentire l’eliminazione da esso dei soggetti inefficienti; non sarebbe allora ipocrita non applicare questa stessa regola di efficienza alla sua più grande promotrice, questa sì manifestamente inefficiente, se l’efficienza dei progetti politici si misura sulla felicità dei popoli che abbracciano?
Cada l’Unione Europea, se ciò è necessario affinché l’Europa continui a vivere, senza morire invece intossicata dalle tossine prodotte dalla macerazione di uno scontento già troppo a lungo istigato; il Vecchio Continente è sopravvissuto a due Guerre Mondiali, e sopravvivrà indubbiamente anche allo stralcio dei Trattati Europei.

L’incattivirsi di un malcontento inespresso e ingabbiato ha un potenziale distruttivo ben più alto di quello del cosiddetto “populismo” (che poi, come detto in apertura, è una categoria che si colloca tra il tutto ed il niente).
Per concludere la riflessione, l’invito è quello di rivolgere il pensiero ad un caso emblematico: la Grecia; cosa c’è dopo Tsipras? Cosa viene dopo la reiterata frustrazione ed umiliazione della volontà popolare?
Quando le folle non andranno più ai seggi a votare i populisti, ma entreranno direttamente nei parlamenti a suon di spranghe e bastoni, forse solo allora ci renderemo conto che con molti cosiddetti “pericoli”, in fin dei conti, sarebbe stato meglio sbatterci il muso contro.