Tarantino ama il cinema. Ogni cosa in “C’era una volta a Hollywood” è una chiara dimostrazione d’amore nei confronti della settima arte. Steve McQueen che fuma una sigaretta alla sua maniera. Bruce Lee che combatte con la sua caratteristica canottiera. Il western all’italiana, i vecchi polizieschi, il cinema di serie B. Per molti grandi registi arriva, a un certo punto, il momento di abbandonarsi alla narrazione meta-cinematografica (sulla scia di “8 e mezzo” di Fellini), di raccontare ciò che per loro rappresenta il lavoro a cui hanno dedicato la propria vita. Solo che Tarantino sceglie di rappresentare un cinema “a basso costo”, a lui tanto caro, anche per offrirgli una sorta di riscatto. Ed è questo che rende “C’era una volta a Hollywood” la più personale fra le sue opere. Film nel film. Cinema nel cinema.

Al centro della narrazione c’è Hollywood, com’è evidente. Il mondo pubblico del cinema e la dimensione individuale dell’attore, la ricerca del successo (raggiunto in certa misura da Rick Dalton, neanche sfiorato da uno scapestrato Cliff Booth, soltanto accarezzato da Sharon Tate) e tutte le sue implicazioni. Lo sfondo è costituito da Los Angeles nel 1969. La ricostruzione del periodo storico è minuziosa (i “fottuti” hippie, i seguaci di Charles Manson, i drive-in, i pantaloni a zampa, i vinili), quasi maniacale. Le performance degli attori rappresentano uno dei punti di forza della pellicola. Di Caprio offre un’interpretazione sfaccettata e di alto livello; Brad Pitt svolge il suo compito, e lo svolge bene. Ho apprezzato moltissimo anche Margot Robbie (ma non solo per la sua recitazione…). A Sergio Leone, regista preferito di Quentin, saranno fischiate le orecchie. Menzionato implicitamente (quando Al Pacino afferma che “Sergio Corbucci è il secondo miglior regista di spaghetti western”, nonché nel titolo stesso del film) e ripreso stilisticamente, nei piani sequenza e soprattutto negli intensi primi piani. Come sempre, d’altronde.

Questo film è un tributo al cinema. O meglio, a quel tipo di cinema che ha fatto scoprire al regista la propria vocazione. Un’opera, più che per i tarantiniani, per i nostalgici. Amanti di un periodo storico che non tornerà più, di una America con gli incubi del Vietnam e il sogno della Luna, di un cinema che stava prendendo una certa direzione, che sarebbe risultata decisiva: il periodo della nuova Hollywood. Un film per chi ama ottime interpretazioni (Di Caprio su tutti), ma che non disdegna i fronzoli (che non sono pochi), le citazioni per cinefili e l’attenzione per i dettagli. L’ironia tagliente, i dialoghi incalzanti, la visione tarantiniana della storia, il gusto per il surreale. Un film che Quentin ha fatto soprattutto per sé stesso. Per raccontarsi e scoprirsi, ma anche per mettersi alla prova. E naturalmente per il suo grande amore, il vero destinatario e protagonista di questo film. Il motore di tutto. Il cinema.