Globalismo e sovranità: quali sono le opzioni politiche per l’Italia del futuro?

Globalità, globalizzazione, liquidità. Sono queste le categorie che tratteggiano le moderne collettività e che rappresentano ciascuno di noi, se vogliamo, anche da vicinissimo, nelle singole società cui siamo chiamati a partecipare. C’è stato perfino chi, come il giornalista Marcello Veneziani, ha definito il sistema globalitario una ‘fusione tra liberismo economico e visione del mondo politicamente corretta’. E forse forse, non ha tutti i torti. 

La sua diagnosi politica si incentra sulla considerazione che l’unico elemento di novità negli ultimi vent’anni è l’apparizione del tanto noto, e ormai anche un bel po’ mainstream, ‘populismo’. Con questo termine, con cui si sottende il richiamo quasi emotivo ad una sovranità identitaria, economica, in un certo senso anche culturale, si indicano movimenti anche diversi in tutto l’Occidente, che però hanno in comune il fatto di essere una risposta, seppur con alcuni risvolti dalle sfumature negative, al fenomeno della globalizzazione. Quest’ultima è stata, da una parte, la conseguenza della crescita del capitalismo e della teconologia, e dall’altra si configura soprattutto come una cultura che costituisce il supporto di tale fenomeno tecnico – economico. Una cultura che potremmo definire, con un neologismo, ‘globalitaria’.

Veneziani però parla di ‘globalitarismo’ per l’assonanza che tale termine ha con ‘totalitarismo’. Si tratta di una cultura di derivazione radical – progressista e che si esprime oggi nel canone del politicamente corretto. Il liberismo economico attuale ha sposato infatti una cultura di provenienza progressista che si applica alla famiglia, alla società, una ‘cultura – se vogliamo azzardare un’espressione tutto sommato calzante – dello sconfinamento’: non esistono più confini fra popoli, territori, sessi. Tutto è oggetto, in questa visione, di un mutamento perenne. E proprio questo sistema globalitario ha prodotto una reazione da parte dei popoli; molto velocemente si è perso il senso del limite, della natura, così come la necessità di fare riferimento a un contesto comunitario (la città, la patria, la civiltà europea). Tutto ciò è stato negli ultimi anni completamente destrutturato da una visione globalitaria ed allo stesso tempo individualista. Ogni individuo, sentendosi libero di riconoscersi nella categoria che più gli aggrada, perde il senso di appartenenza a quella originaria.

Il populismo non può dunque essere ridotto ad una sempliciotta rivolta del popolo contro le élites, e rappresenta, in senso più pertinente, una messa in discussione di questo modello culturale dominante.

La sovranità d’altro canto, e in tale contesto, è divenuta un elemento di battaglia politica: tutto ciò che si considerava quasi come un elemento residuale del passato, è divenuto al contrario il motore trainante di questa reazione. L’establishment vede questo fenomeno soltanto attraverso la chiave dell’allarmismo, della paura o dell’imbarbarimento: anche a livello informativo, si sostiene che il populismo è alimentato dalle cosiddette ‘post – verità’, o fake news, che dir si voglia, ossia dalle dicerie elevate a notizia attraverso l’uso della rete. Se tuttavia è fuor di dubbio che Internet si caratterizza spesso per volgarità e pressapochismo, secondo Veneziani è importante evidenziare un fatto fondamentale: queste ‘post – verità’ nascono come reazione a precise ‘pre – falsità’, e cioè alle falsità pregiudiziali e quasi programmatiche costruite dalla grande fucina del consenso mediatico che, attraverso il codice ideologico del politicamente corretto, impone un canone su ciò che si può e che non si può dire.

Su quali fronti può crescere l’idea di sovranità? Sostanzialmente se ne ravvisano quattro. Innanzitutto quello strettamente politico: tra l’assetto contabile degli Stati e la vita reale dei popoli, il populismo propende per la seconda e individua nella sovranità nazionale la cifra da cui ripartire. Il secondo elemento è il senso del confine, visto non soltanto come ‘muro’ (come vorrebbe il politicamente corretto) bensì come linea di frontiera dove è perfino possibile l’incontro con l’altro. Il confine, in questo senso, è la garanzia dell’identità dei popoli ed il necessario accompagnamento della sovranità politica. Il terzo elemento è la protezione degli interessi economici locali e nazionali, che non vuol dire protezionismo in quel suo senso ormai desueto, quanto più fisiologica necessità di difendere un sistema produttivo attraverso il rimpatrio di capitali e risorse umane e, quando occorre, attraverso una limitazione di un atteggiamento invasivo di altri soggetti. Il quarto elemento insito nella domanda politica del populismo è la ripresa del tema della famiglia, che accomuna quasi tutti i movimenti. Si tratta, anche qui, di un ritorno alla realtà: la convenzione non è una convenzione cristiano – borghese, bensì, solidamente e schiettamente, l’architrave naturale su cui si è fondata nella storia ogni società ed ogni civiltà.

Andando oltre però quella che può sembrare una fredda elencazione di punti, o un vademecum, quasi, da seguire per vivere bene in società, occorrerebbe davvero formare una nuova classe dirigente improntata allo spirito di servizio, soprattutto come banco di prova dei movimenti populisti che al momento rimangono troppo ancorati ad una dimensione di critica e di raccolta delle istanze sociali.

Ieri si festeggiava l’Europa Day, una giornata che avrebbe dovuto rappresentare l’Unione dei popoli liberi e finalmente eguali e di cui la dichiarazione Schumann, pronunciata all’indomani della seconda guerra mondiale e di cui ieri celebravamo l’anniversario, ben rappresenterebbe la missione dell’Unione Europea: ‘Una testimonianza di grande coraggio politico e una lezione che a distanza di 67 anni, mantiene intatta la sua forza visionaria’, così nelle parole di Aldo Patriciello, europarlamentare molisano e membro del Gruppo Ppe al Parlamento Europeo.
Ed intanto il misterioso artista di strada Bansky dipinge un operaio che rimuove una stella dalla bandiera Ue: la Brexit pochi mesi or sono dalle elezioni presidenziali francesi, dove la vittoria è stata segnata dalla svolta europeista di Emmanuel Macron.

Qual è, allora, il vero simbolo del nostro tempo?