La storiografia dell’arcipelago nipponico è, forse, la più breve tra quelle dei popoli che hanno sperimentato lo sviluppo di proprie civiltà. Le prime forme di insediamenti urbani organizzati in Giappone risalgono, infatti, solo al VII sec. d.C., all’epoca Nara. In quegli anni la Cina, governata dalla dinastia Tang, aveva già costituito da tempo una formidabile struttura burocratica, perennemente atta a formare l’unità geopolitica del continente. L’immagine più tradizionale del Giappone, a partire dagli abiti tradizionali e dalla cerimonia del tè, furono tutti “importati” dalla Cina (tramite la Corea, allora divisa non in due ma in tre stati), così come lo strumento più essenziale per sviluppare una società organizzata: la scrittura. In questa stessa epoca vengono redatti il Kojiki e il Nihongi, i due testi giapponesi più antichi di cui abbiamo conoscenza. Essi sono scritti attraverso un complesso sistema di caratteri cinesi usati in modo semantico intrecciati con ideogrammi fonetici. L’intento dell’autore o degli autori, però, risulta ben chiaro: mettere per iscritto la lingua indigena, conservandone il patrimonio di varietà espressive, costrutti poetici, frasi idiomatiche, formule magiche, locuzioni rituali e proverbi. I giapponesi d’allora utilizzarono gli “strumenti” culturali arrivati dal continente per organizzare la propria società, costruire le prime città, cimentarsi con la scrittura. Ma le trasformazioni che vissero non inficiarono la loro lingua orale e la sua grammatica. Protetti sulle loro isole, i giapponesi riuscirono a diversificarsi notevolmente dalla Cina, che allora si percepiva come il mondo intero (tianxia), pur adottandone i suoi usi e costumi. Gli stessi Samurai nascono in quest’epoca come conseguenza delle riforme istituzionali dell’imperatore Tenji, che riorganizzò la società in dodici classi, le cui ultime sei erano quelle dei “servitori”, i Samurai. Il Giappone mutò pelle ma conservò l’anima. Originariamente erano contadini coscritti, schierati soprattutto lungo la costa che si affaccia sullo stretto di Tsushima, che separa Corea e Cina. Il loro compito iniziale era quello di prepararsi per la temuta invasione cinese, considerata a quel tempo una minaccia imminente (che si concretizzò solo sei secoli dopo), ma la loro finalità non manifesta era di affermare la loro diversità e autonomia verso il continente.

Nella fase storica successiva, quando la capitale imperiale venne spostata da Heijō-kyō (l’attuale Nara) a Heian-Kyō (l’attuale Kōyto), nel 794, per affermare la centralità del potere imperiale, si assistette all’ascesa al potere dell’élite militare. Raccontato nell’opera Heike Monogatari (平家物語), quando il clan guerriero dei Taira aveva già spodestato le famiglie nobili dei Fujiwara, si assistette alla fusione delle funzioni burocratiche con quelle militari in un’unica figura, quella del guerriero (bushi). Da allora fino alla fine del periodo Edo (1615-1868) l’arcipelago sarà governato da riottosi clan rivali che si batteranno per mantenere il controllo dei propri feudi contro chiunque avesse la pretesa di unificare il paese. Anche quando, nel 1615, il daimyō (signore feudale) Tokugawa Ieyasu, ricordato con il nome postumo di Tōshō Daigongen (東照大権現), seppe imporsi sulle altre casate e ad iniziare lo shogunato Tokugawa (periodo Edo) non riuscì a soggiogare tutti i clan rivali. Ciò che creò fu un complesso sistema basato su una società a matriosca, dove i vari daimyō erano sia signori dei loro servi (watakushi) sia sottoposti di una casata più grande (ōyake), quella degli Shōgun Tokugawa. Le gerarchie erano, inoltre, rese ancora più complesse dalla presenza a Kyōto della corte imperiale, formalmente all’apice nel sistema a caste confuciano ma nella realtà piegata all’autorità dell’élite militare. Gli Shōgun Tokugawa governavano le loro terre dalla loro città-castello di Edo (l’attuale Tōtyo) dove ogni signore feudale doveva mantenere una dimora nella quale recarsi almeno una volta all’anno, in base ad un sistema chiamato sankin-kōtai. Inoltre, a partire dal 1630, lo Shōgun Tokugawa Iemitsu emanò una serie di editti che vietarono il commercio, il viaggio all’estero e il professare la fede cristiana, considerata minaccia identitaria. Furono mantenuti solo limitati commerci con l’Olanda (cui gli fu concesso l’attracco di una sola nave l’anno nel porto di Nagasaki) e con la Corea. L’arcipelago si chiuse in se stesso per necessità, per preservare il suo precario assetto istituzionale. Per due secoli non si fecero più guerre e la società pareva aver acquisito una certa stabilità.

Finché, l’8 Luglio 1853, il commodoro statunitense Methiw Perry si presentò nella baia di Edo e, dopo aver sparato una bordata a salve con i 73 cannoni della sua ammiraglia, la fregata a vapore Mississippi, fece recapitare una lettera allo Shōgun, chiedendogli l’apertura del Giappone al commercio internazionale.

Il Giappone venne improvvisamente a contatto con un mondo che allora gli era quasi completamente sconosciuto.

L’anno dopo, il 31 Marzo del 1854, venne firmato, dopo un mese di trattative, la Convenzione di Kanagawa, con la quale si sancì l’apertura alle navi americane di due porti: Shimoda (vicino a Tōkyo) e Hakodate, nell’Hokkaido. Vennero poi firmati numerosi altri trattati con quasi tutte le potenze occidentali: nel 1856 il Trattato di Amicizia e di Commercio con gli Stati Uniti garantì a quest’ultimi una posizione di vantaggio e si aprirono altri porti (Edo, Kobe, Nagasaki, Niigata, Yokohama), nell’arco del 1858 vennero firmati accordi con Olandesi, Russi, Inglesi e Francesi.

Le varie intese si dimostrarono ben presto dei “trattati ineguali” nello stile di quelli stipulati con la Cina. Nell’arcipelago si sviluppò un movimento antioccidentale denominato sonnō jōi, il quale ottenne il sostegno dell’imperatore Kōmei. Nel 14 Settembre 1862 avvenne l’incidente di Namamugi, piccolo villaggio vicino a Yokohama, dove il mercante inglese Charles Lennox Richardson non volle scendere da cavallo per prostrarsi, come di consuetudine, al passaggio del daimyō del dominio di Satsuma, Shimazu Hisamitsu, ma cavalcò nel mezzo del corteo feudale. Dopo numerosi richiami venne buttato giù da cavallo e ferito a morte. Le conseguenze dell’incidente ricaddero sul governo dello shōgun, che fu costretto a pagare un’ingente indennità, ma gli inglesi non si limitarono a ciò e nel 1864 bombardarono Kagoshima (nel dominio di Satsuma) e Shimonoseki (dominio di Chōsu), anche in conseguenza all’emanazione dell’editto di “espellere i barbari (攘夷勅命jōi chokumei)” emanato dall’imperatore Kōmei. Nel 1866 morì il quattordicesimo shōgun Tokugawa Iemochi e gli succedette colui che diverrà l’ultimo shōgun, Tokugawa Yoshinobu. L’imperatore Kōmei morì anch’esso qualche mese dopo, nel 1867, passando la sua carica al 122esimo imperatore Meiji (明治天皇 Meiji-tennō). In quello stesso anno i feudi rivali (tōzama daimyō) al governo Tokugawa si rafforzarono e, dopo essersi coalizzati, marciarono con i loro eserciti equipaggiati con armamenti moderni verso Kōyto. Nella battaglia di Toba-Fushimi, sebbene le forze fedeli allo shōgun fossero tre volte superiori ai loro nemici, durante i combattimenti vi furono numerose defezioni, soprattutto quando le forze ribelli issarono gli stendardi imperiali, segno che la corte imperiale aveva definitivamente delegittimato i Tokugawa. Nel maggio del 1868 le forze imperiali entrarono a Edo e Yoshinobu si arrese. Nonostante ciò la guerra continuò, dato che i feudi nel nord del paese più fedeli allo Shōgun non vollero riconoscere il nuovo governo imperiale. Con le loro forze e la loro marina si ritirano nell’isola settentrionale dell’Hokkaido e fondarono, nel gennaio del 1869, la Repubblica di Ezo che però durò meno di un anno dato che nel giugno dello stesso anno venne conquistata dalla neonata marina imperiale giapponese, che sconfisse le forze di Ezo nella battaglia di Hakodate. In Giappone si compì per la prima volta una vera unità politica. Tramite le direttive della nuova classe dirigente iniziò un periodo di radicali riforme, passate alla storia come Restaurazione Meiji. Gli oltre 280 feudi giapponesi furono aboliti e il territorio fu riorganizzato attraverso il nuovo sistema di autonomie locali todōfuken (1 area metropolitana to, 1 regione , 2 province urbane fu, 43 prefetture ken), al giorno d’oggi rimasto pressoché invariato. Tra il 1870-80 fu liquidato il vecchio sistema di caste confuciane, compresi i Samurai, fu organizzato un moderno esercito basato sulla leva obbligatoria, furono sostituiti i tributi feudali con un sistema di tassazione nazionale, si costituì l’apparato educativo e si iniziò l’industrializzazione del paese grazie all’aiuto di numerosi tecnici occidentali. Come avvenuto nell’epoca Nara, l’arcipelago mutò per necessità la sua forma, ma non la sua identità. Sia nel VII che nel XIX secolo i giapponesi si adattarono ad un nuovo contesto, sfruttandone le nuove opportunità e i rischi che offriva. L’arcipelago riuscì a mantenersi se stesso durante il turbinio di riforme. Rappresentativo di questa volontà è senz’altro il famoso libro di Inazo Nitobe, Bushidō: L’anima del Giappone, scritto nel 1900. In questo libro vengono enumerate le otto caratteristiche (Rettitudine e Giustizia – Coraggio, lo Spirito dell’Audacia e del Portamento – Benevolenza, la Sensazione di angoscia – Gentilezza –Veridicità – Onore – il Dovere di Lealtà – l’Autocontrollo) che costituiscono il codice morale contenuto nel Bushidō. Nessuna di queste caratteristiche, come notato da Takeo Harada, ex diplomatico giapponese, è assimilabile a principi assertivi, frutto di ragionamenti logici, ma tutte appartengono alla sfera emotiva e ai sentimenti personali, non sono enunciati oggettivi ma puramente soggettivi. Ciò delinea il carattere passivo della cultura nipponica, che assorbe concetti e strumenti esterni e li traduce e utilizza sulla base dei propri principi emotivi. Si può citare, ad esempio, il Dovere di Lealtà:

“L’individualismo occidentale, che riconosce interessi separati per il padre e il figlio, per la moglie e il marito, porta necessariamente in forte rilievo i doveri dell’uno all’altro, ma il Bushidōsostiene che l’interesse della famiglia e dei suoi membri sia intatto – uno e inseparabile. Questo interesse è legato dall’affetto – naturale, istintivo, irresistibile… Come un potere inconscio e irresistibile, il Bushidōha guidato la nazione e gli individui. Fu un’onesta confessione della razza quando Yoshida Shoin, uno dei più brillanti pionieri del Giappone Moderno”, scrisse alla vigilia della sua esecuzione i seguenti versi:

 Sapevo benissimo che questa via sarebbe finita nella morte;                                                           Fu lo spirito Yamato che mi esortò                                                                                                           Di osare il contrario

Informulabile, Bushidōfu e rimane lo spirito stimolante, la forza che mette in moto il nostro paese.”

Il carattere emotivo che viene sottolineato da Harada si accompagna anche ad un’altra caratteristica tipicamente nipponica e che, come tale, subì anch’essa trasformazioni. Si tratta dello shintoismo che va opportunamente distinto nello “Shintō Antico” o Ko-Shintō (古神道) e nel “Nuovo Shintō” o Shintō di stato (国家神道Kokka Shintō).  Quest’ultimo fu creato artificialmente durante le riforme Meiji per dotarsi di una religione di stato come l’anglicanesimo in Gran Bretagna, per legittimare il nuovo assetto istituzionale sorto dopo la caduta dello Shōgun. Tuttavia, lo Shintō di stato non si configurò come una religione di stampo occidentale, come riassume Ruth Benedict nella sua opera intitolata “The Chrysanthemum and the Sword. Patterns of Japanese Culture”, commissionata dal Governo degli Stati Uniti all’alba dell’occupazione durante la Seconda Guerra Mondiale:

“A causa della posizione ufficiale del Giappone su questo tema, non possiamo parlare di Shintō di Stato come una chiesa affermata, ma più come un Establishment. Furono eretti più di 110.000 santuari che spaziavano da quello più grande, dedicato alla grande Ise, dea del sole, ai più piccoli santuari che i sacerdoti curavano in occasione di speciali cerimonie. La gerarchia nazionale dei sacerdoti era parallela a quella politica e i gradi di autorità andavano dal prete di livello più basso, attraverso i loro colleghi di distretto e di prefettura, fino alle Eccellenze superiori. Essi praticavano le cerimonie per le persone piuttosto che dirigere il culto e non vi fu niente nello Shintō di stato che somigliasse al nostro andare in chiesa. Ai preti dello Shintō di Stato – che non fu una vera e propria religione –era vietato per legge di insegnare qualsiasi tipo di dogma…”

La figura imperiale era considerata inviolabile e rappresentava la collettività della popolazione che si esprimeva attorno a questi santuari. Ben più antiche sono, invece, le pratiche del Ko-Shintō. Si può definire lo shintoismo antico come l’esercizio del vivere in salute. Gli antichi santuari erano posizionati in luoghi non casuali, vicino ad acque termali o in località di mare, conosciute per i loro effetti positivi sulla salute. Al Ko-Shintōsono ascrivibili molte pratiche mediche, focalizzate soprattutto nel garantire l’equilibrio dei neuroni involontari (autonomic neurons) attraverso la prescrizione di specifiche diete e stili di vita. Il vero shintoismo non era un’ideologia o un insieme di superstizioni, ma l’uso pratico, tramandato oralmente, dei mezzi e conoscenza premoderna per mantenere una buona salute. La società era regolata da coloro che performavano e tramandavano queste pratiche, conosciuti come Onmyou-ji (陰陽師). La classe di governo imperiale giapponese fu all’origine strettamente connessa a queste attività ed era principalmente composta da Onmyou-ji. Forse è proprio questa tradizione di assidua ricerca scientifica, praticata allora non solo in campo medico, ad aver contribuito allo sviluppo tecnologico giapponese nell’età moderna, dopo essere entrato in contatto con le dottrine occidentali.

Passiamo adesso al Giappone contemporaneo, figlio di quello moderno, analizzandone le sue connotazioni geopolitiche. Dall’epoca Meiji l’arcipelago ha vissuto forti mutamenti demografici. Durante il periodo Edo la popolazione non superò mai i 34 milioni. Questo era il numero massimo di abitanti che si poteva raggiungere in un periodo di completa autarchia. Negli anni successivi, dopo essere stato messo a contatto con il resto del mondo, fu sperimentata una crescita demografica vertiginosa. All’inizio del secolo scorso, nel 1900, la popolazione ammontava a 43,847 milioni di abitanti, nel 1950 raggiunse gli 84,115 milioni e nel 1999 i 126,667 milioni. Una tale massa demografica (comunque piccola nel contesto asiatico) non poteva più essere autosufficiente dato che veniva a dipendere dallo sviluppo tecnologico e industriale del paese. La dimensione marittima dell’arcipelago assunse, così, importanza vitale, dato che il Giappone è essenzialmente sprovvisto delle fondamentali risorse naturali necessarie a nutrire una moderna economia. L’impero si scoprì marittimo e divenne in tempi record una potente talassocrazia. Nella prima guerra sino-giapponese del 1894-95 il Giappone sconfisse ciò che rimaneva della Cina Qing e si garantì il controllo di Corea e Formosa. La prima era fondamentale per proteggersi da qualsiasi invasione (all’epoca la penisola coreana era rappresentata come un pugnale teso verso l’arcipelago) e come vettore offensivo verso il continente, mentre la seconda, l’isola di Taiwan, è situata in una posizione nevralgica (assieme alle Filippine) per poter controllare le rotte marittime provenienti da meridione, arteria principale che irrora di risorse naturali il Giappone. Poi, nel 1905, fu battuto un altro impero in decadenza, quello russo, garantendo ai giapponesi il protettorato sulla Manciuria, territorio che si frappone tra russi e cinesi. L’impero nipponico si avviò verso la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale quando, nel 1937 decise di fare della Cina una sua colonia, cosa che rese l’esercito importante quanto la marina fino a dettare la strategia da seguire. L’invasione della Cina si limitò ben presto al solo controllo delle grandi città costiere, lasciando le campagne all’azione partigiana, che riuscì efficacemente a organizzarsi grazie alla direzione strategica di Mao. Nonostante ciò la marina imperiale raggiunse notevoli dimensioni e nei giorni prima di Pearl Harbour contava 11 corazzate, tra cui svettava la Yamato da 73.000t, 6 portaerei di squadra, 9 portaerei leggere, 18 incrociatori pesanti, 26 incrociatori leggeri, più di 150 cacciatorpediniere, circa 80 sottomarini ed altre numerose unità minori. Nonostante l’imponente flotta a disposizione, i giapponesi sapevano che contro gli USA avrebbero potuto vincere solo se la guerra fosse durata poco, attraverso un’unica battaglia risolutiva che avrebbe dovuto scardinare la US Pacific Fleet. Ma a Midway i giapponesi subirono una cocente sconfitta, perdendo quattro portaerei di squadra e i loro piloti migliori, che allora costituivano in Giappone un corpo d’élite. Durante la guerra il Giappone si giocò la sovranità e l’occupazione americana guidata dal generale Mc Arthur durò fino al 1972. In questi anni gli statunitensi ne dettarono la nuova costituzione e disseminarono nell’arcipelago una moltitudine di basi militari, tra le quali svetta la United States Fleet Activities Yokosuka (横須賀海軍施設 Yokosuka kaigunshisetsu), un’enorme base navale posta nella baia di Tōkyo e sede della settima flotta, che oggi costituisce il più formidabile sistema aereonavale di sicurezza. In questi anni venne ricostituito il tessuto produttivo e industriale nazionale, assumendo la guida dello sviluppo tecnologico e scientifico a livello mondiale. La burocrazia divenne la vera detentrice del potere in Giappone e il Ministero del commercio internazionale e dell’industria (通商産業省 Tsūshō-sangyō-shō, MITI), allora denominato METI (Ministero dell’economia, del commercio e dell’industria) si percepisce tutt’ora come il fautore di tale progresso. La forte crescita portò il Giappone ad essere la seconda economia del mondo, posizione persa inevitabilmente nel 2010 quando il PIL cinese superò quello giapponese, facendo passare quest’ultimo in terza posizione. Oggi l’ex-impero si trova nel mezzo dello scontro geopolitico tra un’egemone che si sta guardando la pancia, gli Stati Uniti, e una nazione che tenta di non disgregarsi, divenendo per questo sempre più aggressiva e autoritaria, la Cina. Cogliendo, come fatto in passato, la nuova fase geopolitica, i dirigenti giapponesi non vogliono finire schiacciati tra questi due giganti e hanno già da tempo mutato la loro azione diplomatica, prima limitata solo al campo economico, oggi atta a perseguire l’obiettivo strategico. Quest’ultimo resta, come nel 1870, il garantire la percorribilità delle vitali rotte marittime, che il Giappone percepisce minacciate dall’assertività cinese. Punto cardine su cui si è incentrata la politica del Presidente Xi Jinping è stata la volontà di ricostituire l’unità nazionale, ovvero il ricongiungersi con la “provincia ribelle” di Taiwan non oltre il 2049, anno cui si festeggerà il centenario della Repubblica Popolare. Oggi Formosa è una delle poche ex-colonie giapponesi ad avere ottimi rapporti con l’arcipelago. Il Giappone è il 4° partner commerciale dell’isola e 4° paese fonte di Investimenti Esteri Diretti (IED) che nel 2016 costituivano il 14,2% del pil di Taipei. Inoltre, migliaia di studenti taiwanesi studiano ogni anno in Giappone, cosa che gli permette di esercitare molta influenza sulla classe dirigente locale. La vicinanza dei due paesi è stata particolarmente significativa durante il grande terremoto di Sendai e del Tōhoku nel 2011 (magnitudo 9.0), allora Taiwan fu il primo paese ad inviare squadre di soccorso e aiuti. Tuttavia, la partita contro la Cina è centrata soprattutto nel sud-est asiatico e nell’Oceano Indiano, regioni in primo piano nella Free and Open Indo-Pacific Strategy promossa da Tōkyo. Estrema rilevanza assumono, nell’ambito del piano strategico, i numerosi progetti infrastrutturali promossi dall’arcipelago che vogliono costituirsi come alternativa a quelli sponsorizzati dalla Cina sotto il marchio delle nuove vie della seta (one belt, one road initiative, BRI). Pechino è diventata primo partner commerciale dei paesi in queste regioni (anche del Giappone), ma la sua presenza è vissuta sempre più con irrequietezza. L’occupazione da parte dell’Esercito di Liberazione Popolare (PLA) del gruppo di atolli delle Spartly e Paracelso, entrambi nel Mar Cinese Meridionale, hanno allarmato le altre nazioni rivierasche che hanno a loro volta cominciato a rivendicare e ad occupare militarmente numerosi altri atolli. Il Vietnam ne è il paese più minacciato e per tale motivo sta rinnovando la sua marina, avendo già acquistato quattro fregate classe Gepard-3.9, otto corvette classe Tarantul e sei sottomarini classe Kilo dalla Russia.

Tōkyo sta aiutando Hanoi nel riformare a sviluppare la sua economia per renderlo meno dipendente dalla Cina. L’arcipelago è il secondo paese, dopo la Corea del Sud, per volume di IED devoluti al Vietnam, che rappresentano il 28% del suo pil e rendono possibile il 70% del suo export. Il Giappone ha costantemente fornito aiuti ad Hanoi attraverso la Japan International Cooperation Agency (JICA) per un valore superiore al miliardo di dollari ogni anno dal 2012, superando la soglia dei $600 milioni spesi fino allora. La JICA, inoltre, ha inviato 100 esperti nel paese. Il progetto più cospicuo ($ 247 milioni), annunciato nel 2017, è la costruzione di una rete di servizi pubblici igienico-sanitari nella città di Bien Hoa, dato che nel paese le malattie epidemiche sono molto diffuse, a fronte di un servizio ospedaliero carente. Molti progetti JICA in Vietnam come questo si concentrano su infrastrutture leggere ad alto impatto sociale, volte alla gestione ambientale e allo sviluppo del settore privato. Le aziende giapponesi hanno un solido appoggio nel loro governo ad investire nel paese e sono attualmente occupate a sviluppare infrastrutture urbane, come il già completato ponte Nhat Tan sul fiume Hong, ad Hanoi, oltre ad essere in prima fila nell’aggiudicarsi la costruzione delle reti di mobilità ad alta velocità vietnamite.

Il Myanmar è un altro paese chiave nella competizione geopolitica tra Tōkyo e Pechino. Quest’ultimo è riuscito ad ottenere l’aderenza dalla Birmania al progetto BRI (nuove vie della seta) nel maggio del 2017. La Repubblica Popolare, nell’ambito del corridoio Cina-Birmania, punta su questo paese per rendersi meno dipendente dallo stretto di Malacca (sotto saldo controllo US) dirottando parte del traffico navale verso il porto birmano di Kyaukpyu nel quale è operativo fin dal 2014 un lungo oleodotto che termina nella città di Kunming, nello Yunnan. Tuttavia, i governanti birmani sono molto preoccupati nell’incorrere nella classica trappola del debito, rischiando l’insolvenza nel ripagare gli ingenti tassi di interesse dei prestiti contratti con i creditori cinesi. È proprio per questo motivo che l’anno scorso il Myanmar ha ricontrattato il progetto cinese d’ampiamento dello scalo marittimo di Kyaukpyu tagliando gli iniziali 7,3 miliardi di dollari a 1,3 miliardi. Il Giappone, invece, ha investito nel paese in numerosi progetti che si stanno dimostrando efficaci e di valida alternativa rispetto alla controparte cinese. Un esempio di ciò è la Zona Economica Speciale di Thilawa, la prima ZES ad essere stata realizzata in Myanmar. Thilawa è diventata operativa nel settembre 2015 dopo quattro anni di lavori, ed è l’iniziativa meglio riuscita del Giappone nel Sud-Est. I due governi ne possiedono ciascuno il 10% e rappresenta un volano per l’industrializzazione della regione di Yangon. Due fattori chiave del suo successo sono stati i finanziamenti infrastrutturali ODA (Official development assistance) e la creazione di un centro “one-stop service” dove gli investitori esteri possono parlare e discutere con i rappresentanti ministeriali ed esplicare tutte le procedure burocratiche in un unico luogo. Il Giappone ha fornito a tale scopo più di $ 176 milioni, ripagabili dalla Birmania in 40 anni a tassi di interesse agevolati allo 0,01%. Nel campo infrastrutturale, il Giappone sponsorizza la costruzione di un porto d’alto mare nella ZES Dawai e dell’autostrada che lo dovrà collegare a Bangkok, capitale della Tailandia. Il progetto, però, sta subendo numerosi ritardi, soprattutto dovuti all’ingente somma richiesta, che è stimata superare gli $ 8 miliardi. Solo in futuro potremmo riscontrare se il progetto rappresenti una valida alternativa al corridoio Myanmar-Cina.

Come il sud-est asiatico, anche l’India è di fondamentale importanza nel contenimento della Cina, importanza ribadita anche dal pentagono, che ha voluto rinominare il comando Pacom in Indo-Pacific Command, per rimarcare come la difesa del Pacifico dipenda anche da quella dell’oceano Indiano. Finora Nuova Dheli non ha voluto aderire alla BRI, che la percepisce come un’intrusione nella sua tradizionale sfera di influenza, che si estende dal Bhutan fino allo Sri Lanka. Il Giappone è ovviamente attivo anche in questo specchio d’acqua. Il governo giapponese e l’agenzia di sviluppo giapponese sono impiegati attivamente in una vasta rosa di iniziative, come il corridoio industriale Dheli – Mumbai e la linea ferroviaria ad alta velocità Mumbai – Ahmedabad. Tuttavia, l’ambito di cooperazione a maggior impatto geopolitico è quello della difesa marittima. L’india si sta impegnando a dotarsi di una marina d’altomare con notevoli capacità di proiezione. Il Giappone sta fornendo l’essenziale supporto tecnologico e logistico per raggiungere questo obbiettivo, impegnandosi a partecipare nelle maggiori esercitazioni navali congiunte, come l’annuale Esercitazione Malabar cui prende parte anche la US navy.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ufficialmente Tōkyo non dispone di forze armate ma di forze di autodifesa (JSDF) marittime, terrestri ed aeree, a causa dei vincoli costituzionali. Ciò non ha impedito al Sol Levante nel riassemblare la sua marina, ufficialmente la 7°-8°, di fatto la seconda marina più potente al mondo. Il Giappone, infatti, possiede un’esperienza e una tecnologia tali da essere secondi solo agli americani (posti ad un livello irraggiungibile) e a garantirgli notevoli margini di vittoria in un’ipotetica guerra solo tra Cina e Giappone, anche se quest’ultimo non riuscirebbe a sostenere un conflitto bellico prolungato. La squadra navale è composta da 4 portaelicotteri, 3 navi anfibie, 26 cacciatorpediniere, 10 fregate, sei caccia di scorta, 19 sottomarini, 30 navi contromina, sei pattugliatori e numerose unità minori per un totale di 155 vascelli perfettamente attivi. La nuova versione rivista del National Defense Program Guidelines (NDPG) predispone di equipaggiare le due portaelicotteri da 27.000 tonnellate della classe lzumocon una quarantina di nuovi F-35B a decollo corto ed atterraggio verticale (Short Take Off And Vertical Landing), assemblati su licenza dalla Mitsubishi. Nel 2018, inoltre, è stato varato un nuovo, impressionante cacciatorpediniere da 10.500 tonnellate appartenente alla nuova classe Maya, che sarà equipaggiato con il sistema d’arma navale più potente al mondo, il sistema statunitense Aegis, che comprende l’ultima versione del radar a scannerizzazione elettronica passiva AN/SPY-1 e capacità d’ingaggio cooperativo (CEC). Il Maya sarà provvisto di 96 celle Mark 41, che possono lanciare anche gli SM-3 block II, missili anti-balistici di produzione nipponica. Questa sarà la più avanzata dei sei cacciatorpediniere Aegis attualmente a disposizione della JMSDF (Japanese Maritime Self-Defence-Force), che nel 2021 diverranno otto. L’arcipelago schiera, inoltre, i sottomarini più potenti al mondo tra quelli a propulsione convenzionale, parliamo degli 11 battelli da 4200 t della classe Sōryū.

Vorrei concludere parlando delle sfide future che il Giappone dovrà affrontare. Questa è tra le nazioni più anziane al mondo e l’andamento demografico atteso annuncia impressionanti perdite di popolazione. Gli attuali 126.177 milioni di abitanti (nel 2010 erano 128.057 milioni) diverranno 119.125 milioni nel 2030 e nel 2053 scenderanno sotto la soglia psicologica dei 100 milioni. Se nel 1947 l’aspettativa di vita degli uomini era di 50,06 anni e 53,96 per le donne, nel 2017 questi numeri si attestavano rispettivamente a 80,98 e 87,14 anni. Il tasso di fertilità toccò il livello più basso nel 2005, sui 1,26 figli per donna per poi risalire lentamente, fino ad attestarsi a quota 1,44 nel 2016. L’unico modo per arrestare questa emorragia demografica è aprirsi all’immigrazione per attrarre il maggior numero di giovani dall’estero ma finora i provvedimenti che vanno in questa direzione sono stati insufficienti a fronte dei numeri richiesti. Dal 2015 al 2017, i residenti con nazionalità estera sono cresciuti di 329.659 unità, ma il dato di stock (2.561.848) è ancora troppo basso, costituendo solo il 5% della popolazione. I governi giapponesi sono restii ad allentare le rigide politiche sui lavoratori stranieri dato che l’arcipelago non è mai stato meta di consistenti flussi migratori. Per paura di diluirne la monocromia etnica e per inesperienza nell’integrare l’allogeno i giapponesi saranno condannati a convivere con l’ineludibile calo delle nascite, che in futuro si tradurrà in recessione e dinamiche deflattive, risultando anche in pesanti ricadute a livello militare.

Ciò che ho voluto sostenere è che il Giappone è in una fase di trasformazione e, come avvenuto in passato, cercherà di non perdersi sfruttando appieno tutte le risorse (in fase di contrazione) di cui disporrà. Oggi possiamo limitarci nel constatare che la dirigenza nipponica non ha atteso ad agire a fronte di un clima geopolitica tutt’altro che favorevole, che compromette sensibilmente la relativa stabilità vissuta dal dopoguerra in avanti. L’impero del sol levante, oggi nazione più che compiuta, è chiamato a sostenere l’ennesimo adattamento, come solo i giapponesi sanno perpetuare.