Francesco Totti come esperienza religiosa

Di come un bambino (Milanista) si innamorò del Calcio grazie a Francesco Totti.

Era il 29 giugno del 2000, avevo 5 anni. Ero un bambino come tanti nell’estate che mi avrebbe portato alla prima elementare. Fino a quel momento il mio rapporto con il Calcio era esistito in maniera poco più che marginale: ricordo di essere nato Milanista, uno dei miei primi ricordi è l’acquisto di una maglia di Franco Baresi. Non era neanche lontanamente concepibile che io tifassi una squadra diversa, era già stabilito alla mia nascita per ius sanguinis, non che la cosa mi sia mai dispiaciuta, anzi. Ricordo, in maniera abbastanza confusa, un signore pelato esultare come un ossesso in tv allo stadio di Perugia, mentre mio padre, sfilando una bandiera Rossonera da sotto il sedere mi spiegava che eravamo “Campioni d’Italia”. Un altro ricordo è di un altro signore pelato che passeggia sul campo di Perugia con l’ombrello per vedere se il pallone che teneva in mano rimbalzasse. Fino a quel momento ero convinto che il campionato venisse deciso da uomini pelati a Perugia, ma di li a poco qualcosa sarebbe cambiato.

Quel 29 giugno non è un giorno come gli altri, e non solo per me. Italia – Olanda, semifinale del Campionato Europeo per Nazioni. Mio padre mi portò a casa dei Nonni, avremmo visto la partita coi miei zii. Mi accomodo sul divano verde con la mia maglia (falsissima) della Nazionale, ogni tanto gioco col gatto quando non mi fa troppa paura. Nel salone quasi totalmente al buio, illuminato solo dal grande televisore, la tensione è palpabile, mio padre e i miei zii a malapena parlano, se lo fanno è per urlare incazzati qualcosa a qualcuno che non potrà mai sentirli, capisco che è una giornata particolare, importante, ma non mi applico. Della partita non ricordo nulla, fino ai rigori. Ho sempre trovato il momento dei rigori estremamente divertente: da bambino sempre, adesso solo se non c’è di mezzo la mia squadra. Durante i rigori un biondino con il numero 20 sulle spalle si avvicina al dischetto, posiziona la palla, prende la rincorsa e dal suo piede destro parte un arcobaleno. Era fatta, ero definitivamente innamorato del gioco del Calcio. A farmi innamorare era stato un giovane di belle speranze, tale Francesco Totti.

Anno dopo anno, campionato dopo campionato, il mio amore per il Calcio non accennava a diminuire, mi avvicinai sempre di più al gioco, alle regole, alle squadre. Ma dentro di me albergava un conflitto non da poco: come conciliare la totale ammirazione per Totti con la mia fede Milanista che cresceva nel tempo? Inizialmente provai a camuffarla: sceglievo la Roma di nascosto alla Playstation, trasferivo Totti al Milan, non lo dicevo a nessuno. Non che la cosa mi avrebbe portato chissà quale disonore, non volevo semplicemente passare per uno di quei ragazzini che tifavano per la squadra che vince. Perché la Roma l’anno dopo quel cucchiaio vinse uno storico scudetto: il gol al Parma, la corsa sotto la Sud superando i cartelloni pubblicitari, l’invasione di campo. Il mio Milan non aveva vinto, ma io ero felice perché lo aveva fatto Totti. Embé?! Nun se po’?

La verità è una e una soltanto, e l’ho capita solo qualche anno fa, quando vidi per la prima volta giocare dal vivo Totti nella sua Roma: esistono giocatori che si portano attorno un’aura di magia, impossibile da spiegare se non la vivi. Esistono giocatori che non puoi odiare, che non possono stare antipatici, per i quali non puoi non avere il magone quando si ritirano, perché quando si ritirano va via una parte di Calcio con la quale eri cresciuto, della quale ti eri innamorato con l’ingenuità e la genuinità che solo gli occhi di un bambino possono avere. E nel frattempo, insieme a quella parte di Calcio, va via un po’ di vita, un po’ di te. Perché per qualcuno questo non è solo un gioco e mai lo sarà: penso al tifoso in lacrime in tribuna durante Roma – Torino, quando Totti entrò e ribaltò la partita con una doppietta. E sfido chiunque ami davvero questo Sport a dire di non essersi emozionato quella sera. Penso a tutti gli altri tifosi della Roma che sognano un’altra corsa sotto la Sud per festeggiare uno scudetto, quasi come Paul in Febbre a 90 di Nick Hornby. Penso a generazioni di tifosi bianconeri che hanno vissuto e amato Del Piero ma che ancora non sono mai stati Campioni d’Europa. Penso ai tifosi Nerazzurri che hanno un tuffo al cuore ogni volta che rivedono un video di Ronaldo o una sgroppata del Pupi Zanetti sulla fascia. Io, per conto mio, penso a Maldini, Kakà, Nesta, Inzaghi e mi viene un nodo alla gola. E penso anche a Sheva, ché tra due giorni saranno 40 anche per lui.

Francesco Totti come esperienza religiosa, non c’è altro modo di viverlo se non questo, specialmente a Roma. Con venerazione, devozione ed amore autentico ed incondizionato. E questo vale per lui e per qualunque altro giocatore abbia così profondamente segnato un’epoca tanto lunga, incidendo così tanto sulla storia di una squadra. In un giorno tanto speciale, quello che dovrebbe essere dei regali, mi viene da pensare che il regalo vero per gli appassionati sia stato avere la possibilità di vivere questa storia, di esserne testimoni, di farne parte anche solo per uno spezzone, per un campionato, per una sola partita. Perché non sappiamo quanto tempo passerà prima di rivivere una storia del genere, prima di poter stringere nuovamente un legame così forte con un giocatore e tra il giocatore e una sola squadra, una sola città, per la vita. Non lo sappiamo. Sappiamo solo che questo viaggio sta per terminare e che dobbiamo sfruttare al massimo il tempo rimasto per riempirci il più possibile gli occhi di magia.

Francesco Totti

Buon Compleanno, Francesco!

Per quello che è stato, e per quello che sarà fino alla fine, grazie.