Festival dei cortometraggi – un’esperienza internazionale?

Appena tornata dall’Erasmus ho pensato che un buon modo per rimanere nell’ambiente degli studenti stranieri sarebbe stato far parte del festival dei cortometraggi di Uppsala. Detto fatto, insieme alla ragazza italiana alla quale faccio da buddy mi sono iscritta al volontariato all’Uppsala International Short film festival. Quest’anno si focalizzava sui Paesi Bassi e c’erano tanti registi e attori, sia di paesi europei che extraeuropei. Per lo più venivano da vicino, probabilmente perché costa molto di meno arrivare dalla Francia che dall’Indonesia, ma comunque è venuta una ragazza proprio da lì e, insieme a lei, da Stoccolma, l’ambasciatore indonesiano. È poi arrivato pure un esponente dalla Polonia, con la sua personale interprete. Sembrava tutto molto importante e in grande contrasto rispetto al vecchio teatro/centro giovanile dove si trova l’ufficio del festival.

Tutti questi personaggi mi hanno fatto riflettere su che cosa significa Internazionale. Può essere davvero di tutto. Allora qual’era l’elemento internazionale, in quel contesto?
Ogni anno si organizzano due gare: una per i film stranieri, una per quelli svedesi. La giuria era composta da uno svedese, un’italiana, uno scozzese e un’olandese, quindi era decisamente internazionale. Il pubblico era svedese, ma essendo a Uppsala, ci sono sempre delle persone non del posto che si sono trasferite per lavorare o per fare ricerche all’università. I volontari che si occupavano dei lavori più semplici erano, in gran parte, studenti stranieri. Durante la settimana ho lavorato con dei ragazzi inglesi, francesi, sudamericani, bangladesi, tedeschi, cinesi. Con poche domande si può imparare tanto sugli altri Paesi durante un turno poco stressante.

L’entrata è completamente gratuita per i volontari e, così, dopo il mio solito turno, un giorno mi è capitato di andare allo screening dei film che riguardavano il ritorno, l’immigrazione e il cambiamento. C’era quello che ha vinto uno dei premi internazionali, Mondial 2010 di Roy Dib, ma più importante, c’era la regista iraniana Laleh Barzegar, in gara con il suo film Der Tag Wirdkommen. Dopo aver visto il film – che è girato in Germania e che accentua le sfide che gli stranieri incontrano -, ci siamo fermati un attimo per farle delle domande. L’unico problema era, però, che non parlava inglese. Qui uno potrebbe chiedersi: “che cosa ci fa una ragazza che non è capace di esprimersi in inglese ad un festival internazionale del film?”. Ma è proprio quello che sostengo, l’elemento più internazionale di tutti,  la capacità di coinvolgere tutti. Invece di farle parlare inglese, costringendola ad usare un vocabolario molto più stretto per esprimersi, uno dei volontari – questa volta un ragazzo svedese -, traduceva le domande poste in inglese in tedesco e, sentita la risposta, traduceva per noi ascoltatori in inglese. Barzegar poteva, in quel modo, esprimersi come preferiva utilizzando il tedesco, senza scendere a troppi compromessi. Chi poteva sapere che il tedesco sarebbe stata la lingua più utile durante quella serata? L’inglese può essere essenziale, ma non lo è sempre. È sempre utile saperlo, ma sarebbe meglio non limitarsi a sapere solo le lingue più diffuse.

Essere internazionali non significa sempre avere una lingua comune, ma avere dei modi comuni di comunicare.