E se fosse la « lotta » a far finire la guerra?

 

Ci abbiamo mai pensato?! Quali potrebbero essere i risvolti di una guerra combattuta con un’altra guerra? Bene che, per intenderci, non essendo leaders né commanders-in-chief di nessun paese, abbiamo la grande fortuna di poter discettare su un tipo di lotta pacifica. Un po’ come quella che ha dichiarato il MoMA (Museum of Modern Art di New York) a Donald Trump qualche giorno fa, quando ha proposto di modificare il proprio percorso espositivo facendo spazio all’arte dei maestri provenienti dai sette paesi « bannati », facendoli artisticamente dialogare con gli artisti di Ordolandia, o meglio di quello che Limes, in un eccesso di ottimismo, ha ribattezzato il fu Occidente allargato.

 

Ciò ha reso possibile alle opere d’arte di Ibrahin el-Salahi, Zaha Hadid o Hossein Zenderoudi, di potersi incredibilmente confrontare con les chefs-d’œuvre di Picasso, Van Gogh e Matisse nell’intreccio meraviglioso di quello che era esattamente un richiamo ai valori di libertà e accoglienza e che – a ben vedere – il mondo dell’arte ha molto più chiari e cari di quello della politica. E, come se non bastasse, ci si è messo anche lo sport: nei prossimi 16 e 17 Febbraio a Kermanshah (Iran) si svolgerà il Mondiale di lotta, sport nel quale Usa e Iran sono superpotenze. Questo evento si candida ad avvicinarsi a ciò che nei libri di storia viene raccontato come la « diplomazia del ping-pong » , ovvero lo scambio di visite fra atleti fra Usa e Cina nato all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso. Ma per tornare ad oggi, l’Iran aveva inizialmente negato i visti d’ingresso ai lottatori americani selezionati per il Mondiale, se non fosse stato per un improvviso cambio di rotta che ha fatto seguito alla dichiarazione, contenuta in un provvedimento, di un giudice di Seattle secondo cui il famoso EO (Executive Order), emanato dal neoeletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump, risultava incostituzionale agli occhi dell’opinione pubblica e delle Istituzioni.

Volendo fare un veloce ripasso, il decreto consisteva in un bando d’ingresso indirizzato ai cittadini di sette paesi musulmani (Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen) ritenuti dal presidente potenzialmente pericolosi per la sicurezza degli Stati Uniti in quanto maggiormente esposti alla proliferazione di cellule ISIS e a varie altre organizzazioni quediste. In linea teorica, e se vogliamo anche pratica, sicuramente; in linea di realpolitik, un po’ meno. Come infatti ci hanno da sempre insegnato genitori, maestri e professori, ascoltare una sola campana potrebbe rivelarsi controproducente, oltre che limitante ai fini del formarsi di un’opinione quanto più possibile completa sotto i suoi diversi punti di vista. Quello che agli occhi del mondo orientale si è posto nei termini di un veto disumano e crudele, per la Casa Bianca evidentemente non lo era. Risultava anzi come una valida misura di sicurezza per il colosso a stelle e strisce che dall’ultima amministrazione si avvia in maniera piuttosto evidente verso un riduzionismo – che è sì relativo, ma rappresenta pur sempre il declino di una potenza che dalla seconda guerra mondiale in poi ha vantato un’egemonia senza pari sul sistema internazionale – dovuto a una serie di iniziative portate avanti in maniera spesso astrategica, dal punto di vista delle relazioni internazionali. Ma non volendoci addentrare troppo in questa sede in quelli che sono stati i meriti e i demeriti della linea politica obamiana, possiamo limitarci a dire che descrivere il Trump’s EO come un #muslimban – in maniera semplicistica, mediatica e quasi assordante – potrebbe infiammare il sentimentalismo nazionalreligioso tra i muslims americani, generando caos e proteste di cui, men che meno oggi, il mondo ha bisogno.


« La manipolazione dell’informazione sul Trump’s EO è un danno alla sicurezza dei cittadini americani. Occorre fermarsi! Anche Ebrei e Cristiani vi sono coinvolti » 

twittava qualche giorno fa Germano Dottori, Cultore di Studi Strategici alla Luiss e Consigliere redazionale della rivista Limes. E lasciando ad ognuno la libertà di interpretare le parole degli altri come preferisce, non possiamo non concordare sul fatto che l’informazione tossica è un male da cui, soprattutto noi studenti di scienze politiche, economiche e giuridiche, dobbiamo tenerci quanto più possibile lontani.

Ma oggi, è grazie alla mediazione di settanta accademici dell’Università Sharif di Teheran che hanno invitato il governo iraniano a reagire con «l’ospitalità tradizionale di iraniani e musulmani» che lo sport avrà occasione – esattamente fra una settimana – di offrire l’ennesima prova di essere uno strumento di miglioramento del mondo. Tutto ciò grazie alla lotta, uno degli sport più antichi che in Iran affonda le sue radici.

E se è vero che l’arte migliora la vita, ci rende più ottimisti e aperti all’amore, forse oggi è meglio lottare a suon di opere d’arte e di sport piuttosto che ergere muri, siano questi virtuali o reali. D’altronde, « Mettete dei fiori, nei vostri cannoni », cantava qualcuno!