I due forni dell’Ilva

La notizia più letta, ieri, è stata quella sul “sesso ascellare”, che sarebbe una nuova tendenza tra i giovani. L’articolo del fatto quotidiano.it che riporta questa notizia spiega anche di cosa si tratta (e come si fa? Non so, non l’ho letto).

 

Ma la notizia più importante è stata un’altra. E riguarda, in realtà, non due, ma un solo forno: l’Afo 2 del complesso siderurgico di Taranto. Il giudice del tribunale penale di Taranto, Francesco Maccagnano, contro il parere favorevole concorde della custode dell’area a caldo e della Procura della Repubblica, ha rigettato l’istanza dei commissari straordinari per la proroga di un altro anno della facoltà d’uso, a “quattro anni, tre mesi e sei giorni”(e quanti minuti?) dal primo sequestro dell’altoforno. Una decisione che è arrivata nel giorno dello sciopero dei lavoratori Ilva contro l’incipiente richiesta della cassa integrazione di 3.600 dipendenti da parte di AncelorMittal, attuale gestore degli impianti; ed in un panorama nel quale si registra un calo generale e progressivo della produzione industriale italiana (- 2,4% sull’anno). Le motivazioni poste a base della decisione delineano uno scenario nel quale “continuità aziendale ed integrità psichica e fisica dei lavoratori” sarebbero in contrasto, e sulla base di questo opera un bilanciamento di valori per il quale non può non tenersi conto della necessità di una tutela prioritaria della seconda rispetto alla prima. I commissari straordinari, entro domani 13 dicembre, potrebbero fare ricorso al tribunale del riesame per una revisione dell’ordinanza in questione. Lo faranno, ma se il ricorso dovesse essere respinto, sarà spegnimento. Senza che vi sia una seria possibilità di riaccenderlo. Sarebbe infatti troppo oneroso, sia in termine di risorse economiche che umane.

Le tesi della corte penale tarantina sono non sovrapponibili, ma in qualche modo coerenti con le motivazioni addotte da Ancelor Mittal in una precedente lettera di recesso dal contratto di gestione, nella quale si fa riferimento, oltre all’abolizione del tanto vituperato scudo penale -che scudo penale non è, ma scriminante soggetta a stringenti condizioni-, anche alla “impossibilità di continuare ad utilizzare Afo 2”. Ma sono invece assolutamente incompatibili con quanto disposto un mese fa dal tribunale civile di Milano, proprio nel giudizio sulla validità della lettera di recesso succitata. Il giudice ha infatti intimato ad AncelorMittal di “cessare ogni iniziativa atta a bloccare o ridurre l’attività”, vietando lo spegnimento dello stesso Altoforno che il Tribunale penale di Taranto, ieri, ha ordinato di spegnere.

I due forni citatati in epigrafe, quindi, sono quello del tribunale penale di Taranto e quello del tribunale civile di Milano. E danno vita ad un un oggettivo contrasto delle intervenute decisioni giurisdizionali che sembrerebbe suggerire l’esistenza di una frattura insanabile tra continuità aziendale e tutela della saluteIl conflitto giuridico non è sanabile, ed anzi quasi fisiologico, posto che i due giudici appartengono a giurisdizioni diverse ed esercitano quindi diversi poteri, nel rispetto delle rispettive competenze.

 

La verità è che, se è vero che è impossibile scegliere tra salute o lavoro, scegliere salute e lavoro insieme è invece, oggi, possibile. A patto che un terzo forno, finora spento, torni ad accendersi. Quello della politica. Che dovrebbe esigere da Mittal il rispetto degli impegni presi, vigilare sull’applicazione dell’autorizzazione integrata ambientale varata dal governo Gentiloni nel settembre del 2017, e di un piano di produzione che potrebbe garantire il mantenimento dell’attuale forza lavoro. Da parte sua, il governo dovrebbe reintrodurre una misura che impedisca la possibilità di incriminare l’attuale gestione per il perdurare di un degrado ambientale creato da altri, alla stringente condizione del tassativo rispetto degli obblighi ambientali assuntiPer la realizzazione del più grande sito siderurgico europeo a ciclo integrato, la difesa del lavoro, il miglioramento progressivo della situazione ambientale esistente. Il rischio, altrimenti, è quello di creare una Nuova Bagnoli. Non salute o lavoro. Ma né salute, né lavoro. E’ un rischio evitabile.