Due anni di sanzioni per la Crimea, ma a farne le spese non è Putin

“A due anni dall’annessione illegale della Repubblica autonoma di Crimea e della città di Sebastopoli da parte della Federazione russa, l’Unione europea mantiene il suo fermo impegno a favore della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina”. Sono le parole dell’Alto rappresentante per la politica estera e sicurezza comune, Federica Mogherini, riportate da un comunicato stampa rilasciato venerdì 18 Marzo.

 

Bastano queste poche righe per capire subito la linea che l’Unione Europea è decisa a seguire contro la Russia, già colpita dalle sanzioni economiche previste dalla risoluzione 68/262 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e dai provvedimenti seguenti adottati dall’UE a partire dal Marzo del 2014. Sono quindi già due anni che continua il braccio di ferro tra Bruxelles e Mosca, durante i quali le tensioni nella regione si sono via via consolidate, tant’è che ormai l’attenzione internazionale si è spostata verso altri fronti.

 

Le ultime proroghe da parte del Consiglio sono arrivate questo mese: il 4 per l’appropriazione indebita di fondi statali ucraini, il 10 contro l’integrità territoriale dell’Ucraina. Quest’ultime, si legge sul sito del Consiglio, sono indirizzate verso “146 persone e 37 entità (…) soggette al congelamento dei beni e al divieto di viaggio in quanto responsabili di azioni che compromettono o minacciano l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina” e rimarranno in vigore fino al 15 settembre 2016.

 

Per quanto riguarda il fatto che la Russia abbia sottratto soldi a Kiev, c’è da rimanere perplessi: il Paese, fin da quando i movimenti europeisti sono scesi in piazza, riversava in condizioni finanziarie criticissime, che gestiva grazie agli aiuti che arrivavano proprio da Putin. Oggi è l’UE a colpire direttamente l’economia russa, dal momento che le sanzioni limitano l’accesso ai mercati dei capitali primari e secondari dell’UE da parte dei cinque maggiori enti finanziari russi di proprietà dello Stato e delle loro filiali controllate a maggioranza stabilite al di fuori dell’UE” si legge sempre sul sito del Consiglio.

 

Di fatto, il gigante euro-asiatico è stato estromesso dalla “sala dei bottoni” dell’economia mondiale, in quanto dal giugno 2014 non si riunisce più il G8, bensì il G7. Ma da tutto ciò non ne esce indebolita solo Mosca, che anzi grazie anche alla spinta militare di questi ultimi mesi in Siria ha trovato un notevole traino, ma anche diversi Stati dell’Unione: in primis l’Italia, che si è vista azzerare un mercato importantissimo per l’export, soprattutto per il settore agroalimentare: secondo la Coldiretti, la perdita è stata del 27,5% nel 2015 per effetto dell’embargo russo adottato in risposta alle sanzioni europee.

 

È vero che qualcosa si muove, con la recente visita del Ministro delle politiche agricole, Maurizio Martina, in Russia per sondare il terreno in vista di nuovi accordi; ma gli interessi energetici rendono difficile un rasserenamento veloce delle relazioni: il prezzo stracciato del petrolio rende superfluo l’acquisto di gas e altre risorse da Mosca. Inoltre, le tensioni tra questa e Ankara, oggi più che mai partner strategico per l’UE nella questione dei rifugiati, isolano ulteriormente Putin nello scacchiere mondiale. Che, paradossalmente, vedono sue pedine nei punti più strategici, a partire dalla stessa Crimea.

 

La Storia ha insegnato che a farne le spese per le sanzioni è la popolazione, più che la classe dirigente: difficile però che, quantomeno oggi, possa esplodere un movimento di protesta così forte da capovolgere il governo moscovita. Più probabile sarà la necessità di ridisegnare alcuni confini una volta concluso il capitolo Siria e, in quel caso, un paragrafo importante Putin lo vorrà certamente dedicare a “casa sua”.

 

Timothy Dissegna