inglese

E alla fine fu la Brexit. L’epilogo di un rapporto, quello tra Regno Unito ed Europa continentale, che non è mai stato facile o lineare, un matrimonio non all’inglese, ma all’italiana, degno del miglior neorealismo desichiano.

Il fatto che l’uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna sia una sconfitta già adesso, e per tutti gli attori in campo – ed in un mondo sempre più diviso in blocchi ( Cina, Sud-Est asiatico, Stati Uniti, America Latina e, appunto, Europa), quasi una contraddizione in termini -, non vuol dire che a pagarne le spese non sarà sopratutto la terra di Albione. D’altronde, nonostante l’uscita dall’Europa avverrà ufficialmente ‘solo’ il 29 Marzo, gli operatori finanziari hanno già iniziato a trasferire i loro capitali, ad oggi circa 800 miliardi di sterline, lontano da Londra.

E non vuol dire nemmeno che le conseguenze saranno le stesse comunque vadano le cose. Gli scenari, al contrario, saranno molto diversi a seconda che l’uscita avvenga in maniera ordinata oppure no. Deal o no deal, cambierà molto.

Il Paese che decide di recedere, infatti, deve notificare tale intenzione al Condiglio europeo, il quale presenta i suoi orientamenti per la conclusione di un accordo volto a definire le modalità di recesso di tale paese. I Trattati, appunto, cessano di essere applicabili al paese interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo o, anche in mancanza di un accordo, due anni dopo la notifica del recesso stesso. Tanto prevede l’articolo 50 del trattato Trattato sull’Unione europea in caso di recesso unilaterale e volontario di un- ex- Stato Membro, come è certamente avvenuto nel caso della Brexit.

Il rischio maggiore, quindi, sarebbe quello di un no deal, il mancato accordo che porterebbe ad una Brexit senza intese commerciali tra Regno Unito ed Unione Europea. Ipotesi tornata prepotentemente sulla scena da quando, nel Gennaio scorso, il parlamento di Westminster ha bocciato, con 325 voti contrati e 306 a favore, la proposta di accordo con il Consiglio d’Europa sulla Brexit, presentata dal Primo Ministro Teresa May. Un divorzio disordinato che metterebbe addirittura in discussione la stabilità stessa della moneta inglese ed imporrebbe alle imprese, oltre che costi maggiori, anche, persino nuovi vincoli doganali rispetto a quelli già previsti nell’ipotesi di accordo.

Conseguenze non tali, forse, da augurare un ‘posto speciale all’inferno per i promotori di Brexit’ come ha fatto, facendo infuriare Londra, il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, ma comunque molto gravi.

Detto questo, rimane da chiedersi quali siano gli scenari possibili oltre a quello, piuttosto sconveniente, di un no deal.
L’ipotesi di un referendum-bis, caldeggiata da Tony Blair e Jeremy Corbyn, leader dei laburisti, – sembrerebbe più che altro per fini propagandistici – sembra alquanto fantasiosa. Prevederebbe un ritorno alle consultazione popolare dopo quella del 23 Giugno 2016, conclusasi con un voto favorevole all’uscita dall’UE con il 51,89% dei voti. Se questa volta dovesse vincere il remain, quando si giocherebbe la ‘bella’, il referendum-ter destinato a mettere fine ad ogni polemica? Siamo seri, un referendum è stato già abbastanza, forse troppo. Ma il popolo sovrano della Gran Bretagna si è gia espresso. Il problema, semmai, rimane ancora, sempre quello di evitare un’uscita non regolamentata.

In questo senso, ciò che sembra maggiormente auspicabile è che la Gran Bretagna decida di restare nell’Unione doganale. In questo modo perderebbe il controllo sulla politica dell’immigrazione – uno degli obiettivi fissati dopo il referendum -, ma Teresa May incasserebbe quasi sicuramente l’appoggio dei laburisti – che farebbero fatica a spiegare un eventuale no al proprio elettorato ed ai cittadini tutti -, e, di conseguenza, quasi sicuramente, anche la maggioranza dei voti alla Camera dei Comuni.

La Commissione europea, d’altronde, l’ha fatto capire, anzi l’ha detto chiaramente: sarebbe disponibile a negoziare un secondo accordo solo nel caso in cui la Gran Bretagna decidesse di restare nel mercato interno oppure, appunto, nell’Unione doganale. Solo in questo caso il Consiglio europeo, dal canto suo, sarebbe disposto a decidere di prolungare il termine per l’operatività della clausola di recesso, ex art 50 TUE.

Per un ordinato, ragionevole ed educato divorzio all’inglese.