Diario di un poeta

L'Amore, le stagioni, il cambiamento.

Lunedì, mattina.
Torno a percorrere la più scoscesa delle strade. Quella ghiacciata di foglie ed arbusti, dove l’immobile si rende mutevole, in una brezza autunnale da star male. Uno scalino in più non farebbe la differenza, se non fosse per una fastidiosa claustrofobia di quei colori grigi e quadrati dell’ascensore.
Mi tremano le dita al solo pensiero che un altro passo potrebbe farmi battere il cuore più veloce, non tanto quanto la fatica, ma tanto quanto il sapere che, a breve, i suoi occhi si poseranno su di me. Un tremore che avrebbe potuto sentire rigido lungo la schiena solamente un qualcuno con i miei stessi passi, le mie stesse dita, le stesse speranze, quelle giovani, quella paura di potersi fidare della natura, quella voglia di mutare il sentimento, senza dover mai mutare il viso. Poiché, giorno dopo giorno, i piedi si fanno pesanti, gli occhi flebili, la voce lieve ed anche una stagione primaverile, una distanza di centinaia d’anni, saprebbe capire che non c’è differenza.
Le sedie in legno sembrano riscaldare il cuore, nell’attesa che quel profumo possa raggiungere le labbra del mio respiro.

 

Lunedì, sera.
Quella voce che mi chiama sembra risuonare più forte, ed ecco che riesco ad aprire gli occhi in una radura d’incertezze. Le immagini sono sempre le stesse. Un cappello di lana, una sciarpa, un paio di guanti, poggiati sulla scrivania nell’attesa che qualche fiocco di neve cada dai miei polsi.
I nervi si tengono sempre meno in piedi. Il freddo li rende immobili, quasi vogliosi di cadere giù per farmi gridare, tra una parola imprigionata in una lingua mortale, per mostrarmi che al di là del velo si nascondono delle piogge di un maggio ormai troppo lontano.
E proprio nel momento in cui non sono più in grado di pensare, tendo le mani al camino, vicino al tavolino, cercando di prendere carta e penna, ma le sue mani erano sempre lì pronte ad accarezzarmi. I suoi capelli, lunghi e ricci, sempre lì ad abbracciarmi, le sue ciglia sempre lì ad asciugare il mio sconforto, le sue labbra poggiarsi sulla mia fronte.
La frustrazione dilaga. Il mio tumore inizia a spandersi sul petto, e le lacrime si fermano ad osservare il cielo.
Mi chiedo se ormai scrivere quella lettera possa risolvere il mio enigma. Mi chiedo se quelle parole sappiano curare questo cambiamento. Mi chiedo se, adesso che la lettera è stata spedita, i miei occhi sapranno ritrovare quelle stelle.

 

Martedì, mattina.
Tra le domande che continuano a pungere la mia testa, ne rimane una che, toccando il fondo, mi spinge verso il basso.
Continuo a scrivere chilometri d’inchiostro tentando di trovare il significato più profondo di un’anima dubbiosa e graffiata, come se questo approccio biografico avesse smesso di esistere per un senso preciso. È stato il mio fare solitario a ridurmi così? Il mio atteggiamento distaccato?
Eppure, più quella domanda mi spinge verso il basso, più ricordo quanto il vento della domenica mattina avesse un sapore così pieno. Ricordo di come le certezze dipingevano questa voglia di felicità che ci spingeva a guardarci, senza pensieri, senza malintesi. Erano le sue risate, i suoi sorrisi, il suo fare disinvolto. Erano milioni e milioni di piccoli atti che mi hanno reso folle. Tanto folle, tanto frustrato, quanto gioioso di poter fiorire nella meno aspettata delle stagioni.
E continuo a chiedermi come faccia questa testa ad aver quasi raggiunto il pavimento, come facciano queste lacrime amare ad essersi trasformate in sorrisi.
Ma forse, pur consumando tutto l’inchiostro del mondo, non saprò mai rispondere a domande così complesse. Perché, tra domande così complicate, il mio cuore saprebbe solamente volere come risposta la sua voce.
La gioia nelle sue labbra.
La pace nei suoi occhi