“L’ Amazzonia non è patrimonio dell’Umanità”. Jair Bolsonaro, se non altro, ha toccato il nucleo essenziale del problema.

Di chi è l’ Amazzonia ?. Un tema, quest’ultimo, che si collega alla sempre maggiore attenzione nei confronti della categoria dell’interesse collettivo, cresciuta con il diffondersi di una rinnovata sensibilità per le istanze relative alla tutela dell’ambiente, della salute, del paesaggio.

Tuttavia, parallelamente alla richiesta di strumenti di azione e di controllo sociale su attività speculative in netto contrasto con tali interessi collettivi, gli schemi giuridici esistenti cominciano a manifestare tutta la loro inadeguatezza.

 

Né il pubblico né il privato sono, cioè, in grado di realizzare forme di controllo, a volte necessariamente assai penetranti, di comportamenti in contrasto con gli interessi diffusi nella società, lungo le direttrici di una linea propriamente collettiva di intervento.

Il primo si è mostrato, da un lato, incapace tecnicamente di rappresentare tali nuove esigenze; dall’altro, nel farlo, quando ha cercato di farlo, apparentemente più incline a farsi influenzare dai soggetti che avrebbe dovuto controllare -da qui, almeno in parte, la disaffezione per un modello pienamente democratico di Governo-.

L’azione dei singoli ha dovuto fare i conti con la realtà di una impossibilità di incidere su un sistema tutto orientato alla estrazione di profitto nel breve, a volte brevissimo, periodo.

E allora, da questa frattura, è emerso, con una l’ambizione di intaccare l’assolutezza dello stra-potere proprietario, assieme alla categoria dei beni comuni, un regime giuridico forse idoneo a garantire il controllo sociale su beni e risorse non riconducibili a quella dei beni pubblici -del Demanio o di nessuno-, né a quella dei beni privati, di qualcuno e liberamente commerciabili, ma, appunto, collettivi. Cioè di tutti.

 

Gravati da uno specifico vincolo di destinazione all’uso pubblico, ma soprattutto gestiti sulla base dei principi del governo partecipativo, mediante strumenti che abbiano la forza di coinvolgere la comunità territoriale di riferimento nelle decisioni riguardanti gli atti di pianificazione, programmazione, gestione del patrimonio collettivo.

Il fine è quello di garantire una fruizione condivisa dei vantaggi -non solo economici- derivanti dall’utilizzo di intere aree naturali, ma anche la loro salvaguardia, nel rispetto delle generazioni future e dei sempre più delicati equilibri di un territorio, un eco-sistema, un intero Pianeta.

 

Vi sono, infatti, casi in cui i problemi, innanzi delineati, relativi alla disciplina dell’uso di determinate aree, dovuti, anche in questo caso, alla mancanza di effettivi strumenti giuridici,, si fanno ancora più complessi. In relazione alla regolazione di spazi che trascendono i confini di un singolo Stato-Nazionez

E’ il caso del regime giuridico dello spazio extra-atmosferico e dell’Antartide, dove l’interesse primario alla tutela dell’ambiente deve fare i conti con quello, altrettanto importante, non necessariamente confliggente, della ricerca scientifica -con la necessità, quindi, di garantire libertà e uguaglianza da parte di tutti gli Stati-.

Anche in questo caso, il nucleo tradizionale attinente ai regimi delineati da principi internazionali, della res nullius -lo stesso che regola l’alto mare- stanno evidenziando la non idoneità a garantire uno sfruttamento coerente con la necessità di una tutela ambientale che è nell’interesse di tutti i cittadini, in tutto il mondo.

 

La congiuntura dell’ Amazzonia , poi, sembra essere un caso a sé, caratterizzato dalla complessità sia della dimensione nazionale che di quella globale e trans-frontaliera della protezione dei beni comuni.

I roghi, nella vasta parte di foresta che cresce nel nord-ovest del Brasile -il resto si estende su Colombia, Perù e altri Paesi del Sud America-, bruciano ad una media superiore a quella degli ultimi anni.

Troppo, per non sospettare che potere pubblico e interessi privati siano confluiti in una visione di uno sfruttamento slegato dalla cura degli interessi delle comunità di riferimento. Ma ad essere a rischio è anche il 20% dell’ossigeno del Pianeta.

Di chi è, dunque, l’ Amazzonia ?.

Non della Presidenza della Repubblica Federale del Brasile, né tanto meno di poche imprese interessate solo al suo sfruttamento.

Ma è patrimonio dell’Umanità? Probabilmente sì.

Sicuramente delle centinaia di migliaia di persone che abitano la regione.