Dell’amore e del silenzio

Riflessioni sulla strage di Orlando

Non tutte le stragi sono uguali a quanto pare. Questo si era già capito guardando le diverse reazioni agli attacchi di Parigi e a quelli di Ankara. Ciò che c’è di nuovo è che abbiamo capito che quello che differenzia una tragedia da un’altra non è la vicinanza geografica o culturale tra il nostro paese e quelli che subiscono gli attacchi. Ciò che può fare la differenza tra una massiccia mobilitazione antiISIS/pro-libertà per le strade e sui social, tra un hashtag #jesuis e l’indifferenza più totale, sono le vittime. Perché i morti a causa del terrorismo non sono tutti uguali: c’è chi subisce inerme e smuove le coscienze e c’è chi, con le sue “scelte di vita”, un po’ lo deve mettere in conto di essere esposto.

Persone, ragazzi, tanti ragazzi, sono stati uccisi facendo quello che facciamo noi nei finesettimana: erano andati a ballare in discoteca. Abbiamo pianto i giovani del Bataclan, perché non piangiamo i ragazzi del Pulse? È evidente che questa è una strage di gay di cui a molti non interessa e che in fondo, per alcuni, “se la sono cercata”.

E non mi si può dire che non importa che quei ragazzi fossero gay, come qualche giornale ha tentato di fare parlando di una generica carneficina di giovani, perché l’ISIS è omofobo e non possiamo dimenticare le plateali esecuzioni di omosessuali e far finta che questo non fosse un chiaro attacco alla libertà di amare chiunque ci pare.

Non ho sentito messaggi di cordoglio, comunicati dai toni duri e di condanna, non ho sentito di fiaccolate e corone di fiori di fronte alle ambasciate. L’unica cosa che ho sentito è l’assordante boato di silenzio. Assordante sì, perché questo silenzio non è segno di rispetto, ma urla indifferenza.