A tutta l’Italia,

13 novembre 2017, il giorno più triste della storia recente dello sport italiano.

Il nostro calcio, la punta di diamante del nostro movimento sportivo, è stato sconfitto nel misero tentativo di assediare i giganti della difesa della Svezia. Zero goal in due partite, poche occasioni create, tanto nervosismo, moltissime lacrime amare al fischio finale dell’arbitro.

Purtroppo già dopo la sconfitta per 1-0 in terra svedese, il percorso azzurro sembrava ormai compromesso. Il gol di Jakob Johansson, 27enne centrocampista in forze all’AEK Atene, con la involontaria deviazione di De Rossi, non ha trafitto solamente Buffon, ma i cuori e le speranze di un’intera nazione. Johansson sul campo del Meazza è uscito dopo 20 minuti per la (presunta) rottura del crociato, facendo capire che gli svedesi non erano baciati certo dalla sorte benevola

Giampiero Ventura, che alla fine del match di andata si era scagliato contro l’arbitro per l’eccessivo lassismo del suo metro (che sembrerebbe aver permesso agli svedesi comportamenti scorretti per tutto l’arco della gara), è stato l’involontario simbolo del periodo storico dell’Italia intera: una nazione che ha potenziali eccellenti, ma che si perde senza motivo in inutili e sterili vichyssoise verbali estremamente verbose, che cercano colpevoli esterni all’incapacità di sfruttare i propri talenti e i propri punti di forza.

Punti di forza che sono scomparsi dal campo o non comparsi del tutto (come Insigne), anche per le scelte di un CT che avrà per sempre, d’ora in poi, la lettera scarlatta fissata sulla giacca, la nomea del perdente, che non rende giustizia sicuramente alla carriera e soprattutto all’uomo. La colpa principale sarebbe però da addossare a chi quell’uomo l’ha messo sulla panchina della nostra Nazionale, ovvero i dirigenti e il capo della nostra federazione.

Florenzi è stato il migliore in campo, ci sono pochi dubbi. Fosse solo per la preghiera che ha affidato all’ultimo pallone che avrebbe scagliato verso l’area avversaria. La preghiera di tutti gli Italiani, popolo meravigliosamente vario e unico, che non potrà godere della propria Nazionale ai Mondiali, per la prima volta dal 1958. La preghiera dei bambini a cui un Buffon in lacrime (ultima partita in Azzurro per lui) chiede umilmente scusa. La preghiera dei giovani che avrebbero felicemente saltato ore di studio per la Maturità, inseguendo il sogno azzurro. La preghiera di padri, madri, nonni, zii, figli e nipoti.

Ma le preghiere arrivano a tempo scaduto. E questo tempo è scaduto al Bernabeu, lo scorso settembre, quando un’Italia orrenda era stata maciullata dalla Spagna e si era svegliata improvvisamente da un immenso volo pindarico, capendo di essere incredibilmente debole. Quella sera è stata l’inizio della fine per tutti gli addetti ai lavori. Questa sera è la fine per l’Italia intera. La realtà, però, è un’altra.

La realtà è che dopo il 2006 abbiamo sbagliato tutte le scelte, sia nei quadri istituzionali che nelle sfere più basse del calcio. Le squadre che schierano 11 stranieri (per legge Europea non si può vietare, ma si potrebbe cercare una soluzione “tra gentiluomini”), le Primavere che schierano 7/8 stranieri (dovrebbero essere il serbatoio dei nuovi talenti, ma arricchiscono altre nazioni), le giovanili che sono corrotte da sistemi inconcepibili di raccomandazioni, favori e mezzucci vari.

Non possiamo più nasconderci dietro stupide parole. In Italia non escono più campioni perché per andare nelle squadre più importanti si deve passare dietro il lavoro di procuratori e agenti, anche a dodici anni. Gli osservatori, c’è da chiedersi, cosa fanno? Qual è il loro lavoro? Se le varie squadre selezionano gli Esordienti (10-11 anni) tramite provini, cosa fanno gli osservatori?

E se in Terza Categoria deve intervenire la forza pubblica per sedare le risse, se un bambino di 8 anni rifila una testata a un suo coetaneo disabile in allenamento, è colpa dei genitori, della televisione, della scuola, dei politici o semplicemente del modello presentato stasera da San Siro?

Lo diciamo forte e chiaro: fischiare l’inno della Svezia, così come interromperlo prima della fine, è stato un grave errore. È stata la dimostrazione lampante della mancanza di cultura (non solamente sportiva) di questo paese, che ha smesso di usare la cordialità e il rispetto, abbracciando la rabbia e le frustrazioni di questo decennio di crisi economica, politica ed ideologica.

Questa serata resterà uno scandalo nella storia sportiva italiana. Uno scandalo come i Centri Federali di Tavecchio, le mancate dimissioni di Ventura, la paura dei giocatori o la cattiva abitudine delle squadre italiane di affidarsi agli stranieri. Questa è stata l’Apocalisse. È stata la distruzione del mondo. La devastazione che uccide nel cuore e nel profondo le speranze di tutti. E poi ci presentiamo con i Centri Federali. Ma per favore.

La risposta a questo dramma non si potrà dare in pochi giorni, ma serviranno anni di programmazione strutturata (si guardi la Germania). Perché stasera, diciamocelo, hanno giocato uomini che non sono titolari nelle proprie squadre. Noi in Italia, ed è questo il punto drammatico sul quale riflettere, stiamo allenando i titolari delle altre Nazionali.

Non è più ammissibile. Non è più accettabile.

Svegliamoci tutti, perché tanto in Europa le sberle le prendiamo ugualmente (ultima Champions nel 2010 con l’Inter che aveva 20 stranieri in rosa). Non parlo della mia fede calcistica, ma io per la mia squadra spero vivamente di avere un modello Athletic Bilbao, dove giocano solamente giocatori della città o della regione (oppure cresciuti nel settore giovanile, ma prevalentemente italiani).

E si vergogni chi ha permesso che l’Italia subisse questa disfatta. Camminino a testa alta i vari Buffon, Barzagli, De Rossi o Chiellini, che terminano la loro carriera azzurra ignobilmente, ma ci hanno fatto sognare per anni. Siete stati il nostro orgoglio e molti verranno per cercare di imitarvi. Come Florenzi o Insigne, che sempre ci hanno provato e sempre ci proveranno.

Scrivere de profundis è sempre triste e gravoso, e avremmo voluto esaltare una grande vittoria, mentre dobbiamo inveire contro un indecoroso fallimento, assolutamente meritato. Chiediamo solamente una cosa: basta oriundi in Nazionale. La colpa non è certamente la loro, ma un paese con più di un milione e mezzo di tesserati nel calcio non può presentare due naturalizzati tra i 23 selezionati.

È la morte del nostro calcio.

È il momento in cui auspicare un risorgimento.

Ma l’orgoglio di essere Italiani non morirà né oggi, né mai.

Perché essere Italiani è il più grande orgoglio che ci è stato concesso dalla vita.