CUBA: LA DOPPIA CORSIA DI OBAMA

Obama a Cuba: parla di diritti e incontra i dissidenti

“Oggi voglio farvi partecipi della mia visione del nostro possibile futuro. Non posso costringervi ad aderirvi, ma è bene che sappiate cosa penso. Credo che tutti gli individui debbano essere uguali di fronte alla legge. Ogni bambino merita la dignità che deriva dall’istruzione, dall’assistenza sanitaria, da un tetto sulla testa. Credo che i cittadini debbano essere liberi di esprimere la propria opinione senza paura, di criticare il loro governo, di protestare pacificamente, senza essere incarcerati arbitrariamente. Credo che ciascuno debba essere libero di praticare la propria fede in pace e in pubblico. E credo fermamente che i cittadini debbano essere liberi di scegliere chi li governa in elezioni libere”.

Queste le parole di Obama nel suo discorso pubblico al Teatro Nazionale, ma quando inizia a parlare di diritti umani, il presidente cubano si gira a chiacchierare con il suo ministro degli esteri. Un chiaro segno di indifferenza. Ma poco dopo Raul Castro deve incassare un duro colpo: il presidente degli USA incontra 13 dissidenti cubani all’interno dell’ambasciata degli Stati Uniti all’Avana. Tra questi troviamo Berta Soler, leader dell’associazione Damas de Blanco, la più attiva nella denuncia degli abusi di Castro. “Tutti voi avete mostrato un coraggio straordinario, sollevato questioni di democrazia” dice Obama per elogiare i dissidenti. La politica USA perciò non è fatta solo di incontri al vertice con il presidente Castro e di relazioni tra i due governi. Molto dipende anche dalla possibilità di ascoltare la voce del popolo cubano, per garantire che sia ascoltata dal governo e per fare in modo che viva nella libertà e nel benessere.

Obama mantiene perciò due livelli di comunicazione: uno col governo, perché è ovvio che da lì passa la normalizzazione dei rapporti diplomatici dopo 55 anni di guerra fredda; l’altro con la società civile, inclusa quella parte che lotta contro le restrizioni delle libertà e contro il sistema economico dirigista. L’altro messaggio è rivolto alla destra americana che identifica questo riavvicinamento a Cuba come un “cedimento” statunitense, non riconoscendo il fallimento della politica dell’embargo. Obama ha dimostrato che dialogare con il regime non vuol dire accettare le violazioni dei diritti umani e non esclude pesanti critiche al governo.

Il discorso di Obama si chiude con un messaggio di speranza e di vicinanza rivolto sia al suo popolo che a tutti i cubani:  “La storia degli Stati Uniti serba rivoluzione e conflitto; lotta e sacrificio; castigo e riconciliazione. Ormai è tempo di lasciarci il passato alle spalle. È tempo di guardare insieme al futuro: un futuro de esperanza. Ci vorrà tempo e non sarà facile. Possiamo fare questo viaggio da amici, da vicini. Insieme. Sì, se puede.” Si, si può. Si può permettere ai cubani di votare per il proprio leader, si può porre fine al regime, agli arresti politici, 2.555 tra Gennaio e Febbraio. Si può essere liberi.