Il crepuscolo degli idoli sovranisti

Prima Salvini, poi Johnson, ora Trump. A quanto pare, sembrerebbe che l’onda dei sovranismi, paventata come inarrestabile dai critici e dagli esperti, abbia perso la sua forza e si sia rotta prima del tempo. Uno dopo l’altro, i grandi leader del “Prima la nostra Nazione”, che tanto facevano paura all’Europa e al mondo, sono caduti come pezzi di un domino (mentre Orban continua a rimanere, purtroppo e sembrerebbe ancora per molto, ancorato alla sua poltrona ungherese). Ma andiamo per ordine.

 

Matteo Salvini, leader della Lega, subito dopo aver scatenato la crisi di governo, è tornato a concentrarsi su ciò a cui si era dedicato durante i quattordici mesi al Viminale: campagna elettorale. Concretamente, poco è cambiato nel quotidiano dell’ex vice-premier, che ha continuato a scagliarsi a più riprese contro il governo, anche quando ne faceva parte. I nodi, però, vengono al pettine e le colpe scampate da ministro ritornano quando ministro non si è più. È notizia di pochi giorni, infatti, che sono state aperte due indagini ai danni del segretario leghista. La prima, risalente al 5 settembre, è stata sporta a luglio dai legali di Carola Rackete,che lo accusano di istigazione all’odio ai danni del capitano della Sea Watch. Sotto esame dei pm sono i profili Facebook e Twitterdell’ex vicepremier, dove sono stati pubblicati e diffusi i contenuti diffamatori e istigatori che hanno leso, come dichiara la stessa Carola, «il mio onore e la mia reputazione e hanno messo a rischio la mia incolumità, finendo per istigare il pubblico dei suoi lettori a commettere ulteriori reati nei miei confronti». È importante ricordare, infatti, cosa hanno scatenato le continue parole d’odio con cui Salvini ha aizzato i suoi seguaci: insulti, frasi indecenti e urla sessiste vomitate addosso alla capitana al suo arrivo nel porto di Lampedusa, una parentesi di vergogna tutta italiana che è bene non far cadere nel dimenticatoio. La seconda indagine, resa pubblica il 29 settembre, riguarda nuovamente il sequestro della nave Diciotti, della quale aveva bloccato lo sbarco nel giugno dello scorso anno, quando ancora era ministro. «Per me queste denunce sono una medaglia», risponde Salvini con un post Facebook: «Io non mollo, mai. Se devo essere processato facciano pure. L’ho fatto e lo rifarò finché campo quando torno a fare il ministro». Non quando, Matteo, ma se.

 

Il secondo pilastro a crollare è stato in Gran Bretagna. Boris Johnson, insediatosi a Downey Street dopo i governi May I e II, sembrava essere l’ultima speranza per l’Inghilterra, l’unico capace di guidare il paese verso la travagliata uscita dall’UE. Da sempre contrario e molto critico delle politiche del suo predecessore, che in tre anni non è riuscita ad accordarsi con l’Europa per una soft Brexit, costantemente bloccata dai continui veti e controveti del Parlamento, Boris ha deciso di recidere il problema delle Camere alla radice: se non mi sono utili, tanto vale zittirle. Il 28 ottobre, infatti, il primo ministro inglese ha chiesto ed ottenuto dalla Regina la sospensione di cinque settimane del Parlamento, dal 9 settembre al 15 ottobre. Giusto il tempo necessario per chiudere la partita con l’UE entro fine mese, come promesso dallo stesso premier, senza gli insistenti e seccanti intralci delle Camere. Ma il metodo decisamente antidemocratico non ha dato i suoi frutti: il 24 settembre, la Corte Suprema Britannica, all’unanimità, ha giudicato illegale lo stop dei lavori parlamentari. L’ennesima sconfitta per BoJo, che un neanche tre mesi di governo ha perso la maggioranza in Parlamento, ha causato la scissione di 23 deputati ribelli, ha perso sei votazioni su sei alla Camera dei Comuni ed ora deve anche rispondere alle richieste di dimissioni dei leader delle opposizioni. Grande Boris, ottima giocata.

 

Il terzo ed ultimo (per ora, la speranza è l’ultima a morire) a cadere è stato nientemeno che il re dei sovranisti, Donald Trump. Dopo quasi tre anni di mandato, cadenzato da continui eccessi, scandali e politiche poco condivisibili, stavolta il tycoon l’ha fatta più grossa del solito e ciò potrebbe costargli la presidenza. È di pochi giorni, infatti, la decisione dei Dem di avviare le procedure dell’impeachment, a seguito della telefonata in cui il presidente statunitense chiese al quello ucraino Volodymyr Zelensky di indagare su un presunto caso di abuso di potere ai danni di JoeBiden, tra i favoriti delle primarie Democratiche per le prossime presidenziali. «Un piccolo favore» secondo Trump, ma il Senato potrebbe non pensarla allo stesso modo. Le accuse sono chiare: aver cercato di reclutare una forza straniera per ottenere un vantaggio politico. E il tycoon, questa cosa dell’impeachment, non sembra averla presa benissimo: come suo solito, sin dai tempi della campagna elettorale, si è gettato su Twitter con una serie di post aggressivi e «spaventosamente autoritari», come riporta Vox. Nel suo ultimo tweet, parla addirittura di «colpo di stato – il Capslock originario è suo –, fatto per portare via il potere alle persone, il loro voto, la loro Libertà, il Secondo Emendamento, la Religione, l’Esercito, il Muro al confine e il diritto che Dio ha conferito loro di essere cittadini degli Stati Uniti». Donald, youneed to calm down.

 

Ma cosa accomuna questi leader e le loro battute di arresto? A quanto pare, tutti e tre hanno un problema con la legalità. Salvini è accusato di sequestro di persona, diffamazione e istigazione all’odio, Johnson non sembra aver compreso a pieno come funziona una democrazia parlamentare, Trump addirittura è sotto impeachment, sicuramente il più grave procedimento contro i crimini commessi da un presidente. Lo aveva detto Mattarella («Nessun cittadino è al di sopra della legge»), lo ha ripetuto Nancy Pelosi («Le azioni del presidente hanno violato la Costituzione. Nessuno è al di sopra della legge») e non è certo vero che il fine, tra l’altro poco condivisibile, giustifica i mezzi, se questi vanno a ledere la legalità e la democrazia. Nessuno di loro lo ha mai nascosto: pur di compiere il loro operato sono pronti a tutto, anche a negare la Costituzione. Ricordiamoci di Salvini, quando a Pescara ha chiesto agli elettori i “pieni poteri” per poter fare il suo lavoro, «senza rallentamenti e senza palle al piede». Quelle palle al piede che una repubblica democratica chiamerebbe opposizione e che sono il cuore pulsante del dibattito politico, fatto di discussioni, critiche e voci fuori dal coro: un dialogorumoroso, stonato, a volte caotico, ma per lo meno libero, non un monologo di un singolo davanti ad una platea imbavagliata. «Siamo in democrazia», conclude Salvini, nel caso qualcuno se ne fosse dimenticato. Però questa è sotto attacco e resiste ai colpi dei sovranismi che la odiano e che cercano di smantellarla con la loro politica. Per ora non ci sono riusciti ed il contrattacco ha dato i suoi frutti. Potrebbe essere giunto il crepuscolo degli idoli, rubando le parole a Nietzsche, oppure si tratta solo una sconfitta che non lede la loro vittoria finale. Intanto, qualcosa è cambiato. La partita è ancora aperta, ma per adesso: democrazia uno, sovranisti zero.