Il “nuovo” Codice degli appalti e’ già vecchio? Molti, quasi tutti, vorrebbero cambiarlo. Vediamo come e perché.

appalti

A poco più di due anni dalla originaria approvazione del “nuovo” Codice sugli appalti e di un anno dalla approvazione del c.d. “correttivo”, è emersa una richiesta, pressoché generale, di modifiche; non tali da incidere sulla complessiva struttura della riforma, ma indubbiamente significative. Imprese, pubbliche amministrazioni, operatori del diritto e, in qualche misura, anche associazioni di cittadini sono concordi nell’evidenziare criticità che starebbero causando una perdita di efficienza nel mercato della contrattualistica pubblica.

L’attenzione alla materia si spiega con la grande incidenza che gli investimenti e i lavori pubblici hanno sul complessivo sviluppo economico del paese: in positivo se gli investimenti si fanno e i lavori si realizzano, in negativo se non si fanno o si fanno con ritardo. Le maggiori novità del nuovo Codice, redatto in attuazione delle direttive comunitarie, sono rappresentate:

-dalla mancata previsione di un “regolamento attuativo”, sostituita dalla previsione di singoli provvedimenti previsti in una serie di articoli, di competenza del Ministero delle Infrastrutture e/o della Autorità Nazionale Anticorruzione;

-dalla previsione dell’obbligo di porre a base di gara il progetto esecutivo predisposto dalla stazione appaltante;

-dalla previsione di una drastica riduzione della possibilità di svolgere la gara con il metodo del “massimo ribasso”, dovendosi viceversa fare applicazione del metodo della “offerta economicamente più vantaggiosa”.

Ovviamente molte altre sono le novità introdotte, in larghissima misura da giudicare (e giudicate) positivamente, per esempio: l’introduzione di un sistema di “qualificazione” e “riduzione” delle stazioni appaltanti; la eliminazione della c.d. “legge obiettivo” e la forte limitazione della possibilità di fare ricorso a procedure derogatorie; la maggiore attenzione alla disciplina degli appalti di servizi. Ma le questioni indicate all’inizio sono quelle sulle quali, a torto o a ragione, si sono focalizzate le maggiori critiche, soprattutto perché ad esse è stato imputato un certo rallentamento nell’appalto di nuovi lavori; circostanza singolare: nella prospettiva innanzi indicata si è registrata una quasi assoluta consonanza delle posizioni di ANCE –l’Associazione Nazionale dei Costruttori- e di ANCI –l’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia-. Le “criticità” sono state individuate:

-nel notevole ritardo, tutt’ora sussistente, con cui sono stati adottati i provvedimenti attuativi e nella difficoltà, soprattutto da parte delle stazioni appaltanti meno attrezzate, di individuare la disciplina applicabile nelle diverse situazioni;

– dalla non disponibilità dei progetti esecutivi delle opere da appaltare;

– dalla difficoltà di gestire le procedure con il metodo della “offerta economicamente più vantaggiosa”, che ovviamente implica non solo la individuazione dei parametri per la valutazione comparativa ma anche la composizione della commissione giudicatrice e la successiva attività di valutazione.

Lo sforzo da compiere è quello, noti i problemi, di trovare soluzioni che non segnassero un puro e semplice “ritorno al passato”, ma che comunque fossero idonee a superare le maggiori criticità, così determinando anche le condizioni per una migliore “accettazione”, da parte sia delle stazioni appaltanti che delle imprese, delle nuove regole. L’orientamento che sembrerebbe stia maturando, a stare alle prese di posizione pubbliche sia di ANCE e ANCI sia di esponenti della nuova maggioranza e del nuovo governo, è il seguente:

– prevedere la redazione di un regolamento, da approvare con decreto del Ministero delle Infrastrutture di intesa con gli altri ministeri interessati (Ambiente e Beni Culturali in particolare), ma con l’indicazione di tenere conto degli atti esecutivi già vigenti (e che resterebbero vigenti fino alla approvazione del regolamento) e di confermare, ed anzi per certi versi valorizzare, la funzione di controllo e anche di indicazione (non vincolante per le stazioni appaltanti) della Autorità Anticorruzione;

– di prevedere la possibilità di svolgere le gare d’appalto sulla base del progetto definitivo (appalto integrato), ma con il divieto assoluto di utilizzare in sede di gara la sola progettazione di livello preliminare (anche considerando che i maggiori problemi, nella vigenza della disciplina anteriore, nascevano proprio dalla utilizzazione della progettazione preliminare);

– l’ampliamento dei casi in cui è possibile utilizzare ai fini della aggiudicazione il metodo del “massimo ribasso”, solo quando la gara si svolge sulla base del progetto esecutivo e prevedendo l’applicazione di sistemi automatici per la individuazione delle “offerte anomale”.

Come è facile comprendere, se le modificazioni che interverranno risponderanno effettivamente alle impostazioni innanzi sinteticamente illustrate, potrà dirsi raggiunto l’obiettivo di superare le criticità senza mettere in discussione i principi ispiratori della riforma. Un problema politico di grande rilevanza, dunque, con ripercussioni economiche anche su settori di rilevanza strategica quale quello ambientale e di miglioramento del clima imprenditoriale per le piccole e medie imprese. Una vicenda da seguire con attenzione che, tra le altre- la prossima finanziaria su tutto- metterà alla prova, se non la tenuta, l’utilità, la coesione e la lungimiranza dell’attuale maggioranza parlamentare. Un dibattito non più rimandabile, vitale per gli interessi della Nazione e dei cittadini.