Ciò che abbiamo perso nel fuoco

Triste memorandum della distruzione della ricchezza culturale dei popoli

Ha provocato indignazione e turbamento la condivisione negli ultimi giorni di video e notizie che testimoniano lo scempio del patrimonio culturale iracheno commesso dai militanti dello Stato Islamico in quella che è già stata chiamata “la più grande demolizione degli idoli nell’epoca moderna.”

Nella Convenzione per la protezione dei Beni Culturali in caso di conflitto armato, leggiamo “i danni arrecati ai beni culturali, a qualsiasi popolo essi appartengano, costituiscono danno al patrimonio culturale dell’umanità intera, poiché ogni popolo contribuisce alla cultura mondiale”. In molti casi è la storia a rinfacciarci la leggerezza con cui i beni culturali vengono deturpati in contesti di conflitto. Si pensi a tutti i monasteri, le chiese, i monumenti distrutti o danneggiati dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, o al famosissimo caso della statue buddiste abbattute in Afghanistan dai talebani. Si può trattare, di noncuranza e disinteresse verso l’importanza storica di ciò che ci si trova davanti: si pensi al vandalismo gratuito delle truppe americane nei confronti delle rovine mesopotamiche durante la guerra in Iraq. Altre volte, luoghi di elevatissima importanza storica vengono distrutti nel contenderli come posizione strategica tra le parti in conflitto, come ben testimonia la recente storia siriana. Ma anche in contesto di pace si può assistere a raccapriccianti scempi: è il caso delle dieci tombe risalenti alle Sei Dinastie cinesi distrutte dai bulldozer a Nanjing per costruire un’IKEA nel 2007.

Ma forse è ancora peggio quando i beni culturali sono l’oggetto diretto e programmato della violenza. Nella grande maggioranza dei casi, un’opera d’arte si erge a simbolo di un’intera civiltà: un simbolo tremendamente concreto, fatalmente semplice da colpire. Per questo lo Stari Most, un ponte nell’attuale Bosnia-Erzegovina che per centinaia di anni era stato il punto d’incontro e di accettazione tra est e ovest, venne abbattuto durante la guerra nel 1993.

Un capitolo a sé lo scrive la storia dei roghi di libri e biblioteche. Come non citare il magistrale Ray Bradbury con il suo Fahrenheit 451? Un libro è un fucile carico nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Castriamo la mente dell’uomo. Il caso di Mosul è solo l’ultimo mattone di una strada lastricata dalla cenere di migliaia di libri dati alle fiamme e soffiati via dai venti dei secoli. Cosa c’è di più intimo in una cultura delle parole dei suoi più illuminati pensatori, scienziati, filosofi, politici? E così, secolo dopo secolo, biblioteca dopo biblioteca, è andato assottigliandosi il patrimonio letterario delle antiche civiltà. Ricordiamo così la collezione della celebre Biblioteca di Alessandria, fondata nel 331 a.C. e fiorita per oltre 500 anni, arrivando a contenere oltre 500mila opere. Una raccolta bruciata e saccheggiata in più momenti a partire dal 48 a.C. fino al 391 d.C.Decisamente negletto ma non meno drammatico, poi, l’annichilimento delle culture indigene americane da parte dei colonizzatori o i roghi nelle piazze sotto il nazismo.

Tutti gli esempi qui citati sono solo parte davvero esigua di quelli che si potrebbero addurre. Forse Aldous Huxley aveva ragione quando diceva che gli uomini non imparano molto dalla storia è la lezione più importante che la storia ci insegna. È giusto ricordare, però, che la storia può essere smentita: non abituandoci al declino, non girandoci dall’altra parte, non facendo finta di nulla.

 

Viola Serena Stefanello