Il cinema secondo Scorsese

Recensione di “The irishman”, crepuscolare gangster movie prodotto da Netflix. Ennesimo capolavoro del sodalizio Scorsese-De Niro.

“Ho sentito che imbianchi le case”, dice Jimmy Hoffa.

“Faccio anche lavori di falegnameria”, risponde Frank Sheeran, dall’altra parte della cornetta. No, non state leggendo la recensione sbagliata. E no, Frank Sheeran- “l’irlandese” -non era un falegname né un imbianchino. Infatti, ciò con cui pitturava le case, era il sangue delle sue vittime. Alle quali provvedeva anche a costruire le bare (altro che mastro Geppetto). Si liberava dei cadaveri, insomma. E Scorsese racconta la sua storia. Un killer spietato, semplice pedina di un impero del crimine, di un sistema corrotto, di un mondo ingiusto. Un mondo in cui “tre persone mantengono un segreto solo se due di esse sono morte”. In cui non ci si può fidare nemmeno dei propri amici. Anzi, soprattutto di loro.

Gli antieroi di Scorsese non conoscono le mezze misure. Temuti, rispettati, ammirati. Potenti, apparentemente invincibili. E poi sconfitti, abbandonati, dimenticati. Soli, e destinati a rimanere tali. Erano ancora alle prese con l’acne giovanile in “Mean streets – domenica in chiesa, lunedì all’inferno”(1973). Poi sono diventati bravi ragazzi, gestori di casinò, lupi a Wall Street. Ora hanno le rughe e i capelli bianchi, ma sono sempre gli stessi. Criminali senza scrupoli. Alcuni operano in maniera quasi meccanica, per inerzia; altri guidati dalla loro superbia e dalle manie di onnipotenza. Ma l’esito è sempre lo stesso. La sconfitta. L’ascesa ed il declino. E più sono grossi, più fanno rumore quando cadono.

Questo film – prodotto da Netflix – rappresenta una summa di tutto il cinema di Scorsese, testamento artistico del regista italoamericano. E lui decide  di metterlo nelle mani del suo alter ego per eccellenza, Robert De Niro (e come dargli torto?). Superbo. Comunica poco, spesso con lo sguardo, a volte solo col silenzio. Affiancato dal sempre convincente Joe Pesci (il boss Russel Bufalino), vecchia guardia del cinema di Scorsese, e soprattutto da un Al Pacino dominante, carismatico, volto di uno dei personaggi centrali (oltre che del film) della politica americana degli anni ‘50 e ‘60: il sindacalista Jimmy Hoffa. L’uomo più potente dopo il presidente degli Stati Uniti, in quel periodo. Famoso come Elvis e i Beatles. Diverso dai boss mafiosi coi capelli unti di gel e l’accento siciliano. Quel potere che ti persuade con intelligenza e buone maniere, piuttosto che con la pistola. Talvolta, anche con quella.

C’è anche una certa attenzione alla politica, che fa da sfondo alle vicende dei personaggi. L’invasione della baia dei Porci, l’elezione e l’omicidio di Kennedy, Fidel Castro, Nixon, Watergate.

E poi c’è la famiglia, la vecchiaia, la religiosità. La morte. La morte è ovunque. Per ogni personaggio appare la data e la modalità del suo decesso. La natura mortale dell’uomo incombe più che mai sui personaggi, un filo teso fra le forbici delle tre Moire. E questo rende l’opera malinconica, seppur smorzata dall’ironia e da un ritmo incalzante, che fanno volare le oltre tre ore di pellicola. Una fatica durata 5 anni che si trasforma in un capolavoro assoluto e assolutamente da non perdere (se possibile, sul grande schermo). Un film davvero per tutti. Ma soprattutto per chi ama il cinema di Scorsese. E in generale, il cinema. Che poi, è praticamente la stessa cosa.