Cent’anni di Holy Burger

(Perché i titoli mutuati da L’amore ai tempi del colera dovrebbero violare diversi trattati internazionali, credo.)

Oggi volevo fare gli auguri a un compagno di viaggio speciale, che da qualche giorno ha compiuto un anno. Che mi è stato vicino, sempre, bastava chiedere, (quasi) a qualunque ora desiderassi. Da quattro mesi a questa parte è sempre lì, per me. Ci parlo, sorrido, mi conosce ormai.

Non è stato amore a prima vista. Ricordo il primo appuntamento, l’impatto fu brusco, ero scettico, diffidente. Poi un giorno lo rincontro, per caso. Perché no?, penso.

E allora riusciamo, mi lascio alle spalle i troppi tatuaggi, non faccio caso alla barba subdolamente incolta, al vintage forzato.

La storia è un turbinio di emozioni, di quelle dove si bruciano subito tutte le tappe, ed è tutto molto bello. E no, l’omosessualità non c’entra, nonostante il Brasile – e le desinenze maschili – possano confondere, diciamo. Anzi forse l’Holy Burger, se ci penso, è femmina.

Mi ci vedo spesso, abita a due isolati da casa. Quasi sempre l’invito a casa mia. Credo occorrano certe note in sottofondo, le parole giuste, altrimenti non è la stessa cosa, con lei. Si parte piano, la carne mi tocca dolcemente il palato, fino ad andare a sciogliersi nella più voluttuosa delle carezze. Il bacon si frantuma sotto i denti, e poi loro, le fritas accompagnate dalla maionese – cristo, quella maionese. È pura masturbazione, è l’orgasmo culinario.

Devo ringraziarla, perché senza di lei alcune notti sarebbero state incredibilmente più lunghe, e questa São Paulo non sempre è adatta, alle notti lunghe.