CHI CE LO DICE CHE COSA SI PROVA

Le riflessioni sulla figura della mamma di Giovanni, il ragazzo di Lavagna che si è tolto la vita alcuni giorni fa, subito dopo la denuncia della madre alla Guardia di Finanza

Oggi voglio parlare di quel rapporto travagliato che intercorre, nella maggior parte dei casi, tra madri e figli. Rapporto che spesso è pieno di conflitti, discordanze, segreti, ma anche di amore e mutuo rispetto e che, invece, molto meno frequentemente, si tramuta in una frattura irreparabile che porta all’allontanamento del genitore dal figlio e viceversa.
In questi giorni, a ricordarci della fragilità dell’animo umano e dei giovani che si vedono travolti da un mondo divenuto forse troppo pesante per loro, c’è il caso di Giovanni, sedicenne di Lavagna (GE), che si è suicidato durante la perquisizione operata della Guardia di Finanza nell’abitazione dello stesso.
Era stata la madre adottiva, Antonella Riccardi, a chiamarli, probabilmente mossa non solo dalla rabbia e dal senso di esasperazione che nascono dal vedere un figlio buttare via la propria gioventù, ma penso soprattutto dall’amore verso chi hai visto crescere e cambiare, verso una persona così cara e allo stesso tempo così lontana da quel modello idealizzato che ogni madre ha nel rispetto dei propri figli.
La mamma del giovane è venuta in caserma e ci ha detto che il figlio usava droghe leggere, che aveva paura che fosse finito in un brutto giro. Abbiamo capito che non ci trovavamo davanti a un criminale e siamo intervenuti quasi con una finalità pedagogica visto che erano appunto pochi grammi”, queste le parole del generale della GdF Nisi, che non biasima il gesto di questa mamma che “non ha avuto paura e non si è nascosta dietro il problema”, ma che ha cercato, dopo mesi di preoccupazioni, di imporre una fine, sebbene drastica, alla vita segreta del figlio che, come riportato da una compagna, “aveva qualcosa che lo tormentava”. Giovanni aveva dei problemi che evidentemente non sapeva come risolvere, e i suoi genitori, come la scuola e gli amici, hanno fallito nel capirli e nell’aiutarlo.
In casi come questo, in cui decisioni “forti” fatte per il bene del soggetto, portano al danneggiamento dello stesso, sembra sin troppo facile giudicare chi, piuttosto che tacere come fanno tanti, ha tentato di cambiare la situazione. Facile perché noi non capiamo. Noi ragazzi “comuni”, senza tormenti, con storie familiari “normali” alle spalle non capiamo i tormenti di Giovanni, non capiamo la preoccupazione di una madre che d’un tratto si sente un’estranea nella vita di quel figlio che ha scelto volontariamente di prendere con sé e di accudire con amore, non capiamo come l’azione stessa del suicidio da parte del giovane fosse una reazione non concepibile da parte dei genitori che hanno deciso di rivolgersi alle forze dell’ordine.
Antonella, nel discorso che ha fatto davanti alla bara del figlio, si scusa per non averlo “capito”, ma ringrazia anche la Guardia di Finanza per la disponibilità con la quale si è mossa e per essere stata giusta nell’operare; e poi si appella ai ragazzi ed ai genitori spingendoli al confronto, a parlare e a chiarirsi, a non vergognarsi dei propri problemi perché “non c’è vergogna se non nel silenzio”.
Questo articolo non vuole essere di cronaca e neanche di opinione, ma piuttosto di riflessione. Non voglio imporre il mio punto di vista a nessuno, né tantomeno tentare di rimuginare su ciò che è già stato detto da chi di certo ne sa più di me. Quella che volevo portare è una visione adottata da pochi nei riguardi di questa vicenda che ha lasciato l’Italia con l’amaro in bocca. Perché sì, chiamare le forze dell’ordine è stato un gesto forte, ma forte non è sinonimo di avventato. Chi ci dice infatti che quello di Antonella non fosse che l’ultimo disperato tentativo che è succeduto ad una serie di numerosi conflitti e tentativi di condivisione con il figlio? Chi ci dice che Giovanni si sia suicidato per la vergogna e non perché quell’ulteriore responsabilità non risultasse per lui insopportabile? Ma soprattutto, chi ci dice che noi, come ipotetici genitori, non avremmo reagito così?
Le domande sono tante, e ancora di più sono le possibili spiegazioni: problemi psicologici o familiari, la tensione di dover vivere una vita segreta, la vergogna per essere stato scoperto, la rabbia verso i genitori che lo hanno volutamente denunciato, e potrei andare avanti all’infinito. La verità credo, è che chiunque di noi si permetta di giudicare, lo fa con poca coscienza e visione d’insieme; nessuno, se non chi conosce l’intera verità e le cause che hanno spinto Giovanni a togliersi la vita, può prendersi il lusso di giudicare le azioni dei genitori o del figlio. Ciò che come italiani, come ragazzi e come adulti possiamo fare è invece tentare di aprirci verso noi stessi e verso gli altri, tentare di non dar peso ai pregiudizi sociali e capire fino a che punto quello che sembra un innocuo “passatempo illegale” possa non rappresentare un problema per noi e per chi ci vuole bene.
A farmi riflettere su questo argomento è stata mia madre che, sorprendentemente, non ha accusato la signora Riccardi di negligenza ma, al contrario, mi ha portata a mettermi nei suoi panni e a capire come l’amore di una madre sia spassionato e disinteressato, tanto da subire la vergogna di dover ricevere la Guardia di Finanza nella propria abitazione per sequestrare sostanze illegali al figlio, che tra l’altro era minorenne. Se non avesse amato quel figlio che da un po di tempo a questa parte le aveva regalato una serie di delusioni, non avrebbe accettato l’umiliazione di doversi dichiarare sconfitta come madre e tutrice legale tanto da chiedere l’aiuto della polizia, non si sarebbe fatta odiare gratuitamente solo per cercare di migliorargli la vita e non gli avrebbe chiesto scusa pubblicamente, al suo funerale, per non essere riuscita a capirlo.
In conclusione, ho ritenuto quasi doveroso tentare di riscattare, almeno di fronte ai giovani, l’immagine di una mamma che è quella di Giovanni, ma che avrebbe potuto essere la mia o la vostra che, spinta dall’ansia provocata da questi comportamenti ambigui e dal doversi confrontare con una nuova realtà che probabilmente la spaventava, ha deciso di agire in maniera netta, aspettandosi probabilmente odio e rancore, ma non di certo di perdere quel figlio che si era andata a prendere fino in Colombia quindici anni prima. Una mamma non è un essere perfetto, non è quell’automa in grado di sconfiggere malattie e accidenti vari come credevamo da piccoli, anche le mamme sbagliano ma, nella maggior parte dei casi, lo fanno con l’implicita speranza di poterci risparmiare un dolore, di prenderci prima che cadiamo a terra, di asciugare quell’oceano di insicurezze e dubbi che si va a creare attorno a noi.