I casi “SeaWatch3” e “Cerciello-Rega”: strumenti della propaganda ideologica in Italia

Dopo un anno passato a correggere, formattare e pubblicare articoli altrui, negli ultimi giorni ho sentito l’irrefrenabile bisogno di esprimere anche la mia opinione su alcuni fatti di cronaca che, benché non collegati, possono dirsi in realtà legati da un filo rosso dato dalla diffusa distorsione dei fatti che vengono, in alcuni casi quasi magicamente, piegati alle esigenze di chi li racconta.

In particolare, vorrei parlare di due eventi: Carola Rackete e la SeaWatch3, e l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Entrambi questi casi sono immediatamente diventati strumenti della propaganda sovranista, il primo “giustamente”, il secondo addirittura in maniera ingiustificata, dato che dopo poche ore si è scoperto che gli assassini del vicebrigadiere non sono “magrebini” bensì americani. Ad ogni modo, ciò su cui vorrei che venisse incentrata l’attenzione ora, non sono gli eventi in sé, ma l’apparente incapacità del pubblico italiano di discernere il “bene” dal “male” e di sviluppare una lettura equa, super partes ed incondizionata delle notizie che gli vengono sottoposte quotidianamente.

Carola Rackete? Per alcuni un angelo sceso dal paradiso per salvare i migranti del Mediterraneo e dare una lezione a Salvini, a costo di tenerli oltre due settimane in mare, per altri una “sporca” comunista che farebbe meglio a farsi gli affari suoi e a pensare ai bisognosi del suo paese.

I due assassini di Cerciello Rega? Per alcuni non saranno magrebini (purtroppo, perché sennò sarebbe stato tutto più facile eh) ma sono comunque due farabutti che si drogano e fanno uso di psicofarmaci, quindi non è poi così grave se uno viene portato ammanettato e bendato in questura. Per altri, i due americani hanno commesso un grave reato, e per questo vanno puniti, ma ora passa tutto in secondo piano perché lo Stato ha violato i diritti di questi cittadini americani bendandone uno, e questa notizia non deve assolutamente passare inosservata.

Guardando ai fatti con onestà, sarà possibile notare che nel paragrafo soprastante non vi è neanche un pensiero giusto. Nonostante ciò, soltanto pochi giornali in Italia hanno avuto il buonsenso di distaccarsi dalle opinioni della destra sovranista e della sinistra buonista, per fornire una visione lucida, distaccata e volta ad analizzare concretamente i fatti.

Carola Rackete ha compiuto un gesto nobile, ma non del tutto disinteressato. Se sia coinvolta o meno nel traffico illegale di esseri umani non siamo noi a doverlo stabilire, ma ciò che è certo è che se avesse voluto semplicemente salvare vite, si sarebbe diretta immediatamente verso altri porti nel Mediterraneo, senza attendere oltre due settimane. In una delle molteplici interviste, la Rackete dice: “Solo per il fatto che qualcosa è legge non vuol dire che sia una buona legge”, ma la domanda che dobbiamo porci noi è: è giusto cercare di cambiare la legge forzando la mano dello Stato mentre ci sono centinaia di vite in gioco? L’intento, come già detto, è nobile, ma il modus operandi lascia pensare che il primo intento della SeaWatch3 fosse quello di sfidare Salvini, e non di salvare i migranti. Ad ogni modo, queste osservazioni su Carola Rackete non impediscono a nessuno di osservare che Salvini agisce ai limiti della legalità e della costituzionalità, si atteggia come un bullo nei confronti dei più deboli, e da abile demagogo, plasma le notizie in modo da ricevere il consenso del suo pubblico. Mi interessa sottolineare che queste due opinioni non sono in contrasto l’una con l’altra, e che sarebbe da stolti cercare di capire chi ha commesso l’errore più grande, perché questo non è il compito che spetta ad un pubblico mediamente ignorante in materia giuridica, ma bensì ai magistrati e a coloro che si occupano di applicare ed interpretare la legge su cui è stata fondata la nostra società.

Allo stesso modo, i due americani andranno puniti con la pena che gli spetta secondo le norme di diritto vigenti, ma ciò non toglie che i responsabili del bendaggio di uno dei due colpevoli, debbano delle spiegazioni all’Arma dei Carabinieri e agli imputati. La legge non è opinabile ed è uguale per tutti, indipendentemente dalla colpevolezza di un individuo. L’essere colpevoli di un reato, più o meno grave che sia, non ci rende immuni dai diritti che ci spettano per legge, e questo concetto purtroppo non sembra essere molto familiare a noi italiani.

Eppure a tutti si è accapponata la pelle guardano il film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi, no? Stefano aveva sbagliato in maniera recidiva, ma per questo non era meritevole di un giusto processo o di vedere il suo avvocato, i suoi familiari e un medico?

Ciò che mi premeva sottolineare oggi, è che troppo spesso tendiamo a voler vedere o bianco o nero, quando la realtà è che i fatti, per loro intrinseca natura, hanno molteplici sfaccettature che vanno analizzate con gli strumenti adatti, e sta a noi e al nostro buonsenso capire quando abbiamo il dovere di esprimerci, e quando invece il nostro dovere morale è quello di tacere.