Non è certo l’unico tema che divide una maggioranza tenuta insieme con la Vynavil, da un contratto di interessi -quelli degli italiani?-.
Ma vale comunque la pena di parlarne. Parliamone. Di Cannabis Light. Dove, a norma della legge 242/2016, la differenza fra lecito e illecito sta, appunto, nella quantità di Thc presente nella pianta.
Con la necessità, quindi, che sia disposta una puntuale ricognizione di tutti gli esercizi e le rivendite presenti nel territorio.
Troppi? Secondo i funzionari del ministero degli interni si, molti di più di quelli previsti. Tanto che si pone un problema rispetto alla possibilità di esercitare un controllo sul rispetto dei limiti di legge da parte di autorità giudiziaria e forze di polizia. Un fronte, quello dei controlli amministrativi e giudiziari, che coinvolge il tema dell’efficienza dell’attività della pubblica amministrazione in generale. E che anche per questo motivo meriterebbe più rispetto e maggiore impegno.
Certamente maggiore di quello profuso dal Ministro Salvini. Il quale, invece di mettere in campo controlli più efficaci, dichiara di voler “chiudere uno per uno tutti i cannabis shop”. Pretendendo peraltro di farlo con una direttiva del Capo della segreteria del Ministero degli Interni (sigh!).
Con buona pace di tutti gli operatori del settore.
Anche se in uno scenario di piena regolamentazione del settore l’indotto generato dalla domanda italiana per i prodotti legati alla canapa non farebbe fatica ad alimentare un giro d’affari di mezzo miliardo.
Chiuderli tutti, quindi, o almeno fare finta di farlo. Molto più facile che fare rispettare la legge.
Ma nell’interesse di chi? Della Lega, forse. Ma certamente non degli italiani.
In questo scenario era intervenuta, il 29 maggio scorso, una famosa quanto controversa sentenza delle sezioni unite della corte di cassazione.
Famosa, perché ciascuno ha cercato di fare dire alla Corte tutto e il suo contrario. I detrattori della cannabis light, che dal quel momento in poi la vendita della canapa e dei suoi derivati fosse vietata tour court. Tutti gli altri che, più probabilmente, la corte si fosse trovata a dover ribadire quanto previsto dalla legge: che il livello di Thc presente nel prodotto non può essere superiore allo 0,5%.
Controversa perché, in attesa della motivazione degli “ermellini”, non si può essere certi né di una cosa né dell’altra.
Anche se un recentissimo pronunciamento del tribunale di Genova lascia ben sperare i commercianti. Non tutti, solo quelli “in regola”.
Secondo i giudici del tribunale del riesame del capoluogo ligure, infatti, la Cannabis light non può essere sequestrata preventivamente se non viene provato che il livello di Thc supera…lo 0,5%!.
Resta ferma, quindi, da un lato la possibilità di operare nei limiti di legge, dall’altro la necessità che il governo proceda, con rinnovato senso di responsabilità, ad un potenziamento sul fronte dei controlli amministrativi -ad oggi insufficienti-, non potendosi lasciare tale gravoso, importante, decisivo compito -solo- alla magistratura.