Brexit: l’UE tende una mano?

Nuove possibilità e scadenze da rispettare

Il 4 dicembre è iniziata la discussione della proposta di accordo per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, presentata dalla premier Theresa May alla Camera dei Comuni britannica.
Il compromesso raggiunto con Bruxelles durante le trattative di novembre vede per ora una forte opposizione: ad oggi, sembra che l’accordo verrà respinto, con conseguenze che non sono ancora chiare.

Fino a pochi giorni fa, le possibilità di risoluzione della Brexit erano due: trovare un accordo tra le due parti, o uscire dall’UE senza un accordo, così come previsto dall’art. 50 del TUE. Ma il parere rilasciato dall’avvocato della Corte UE proprio su questo articolo, parere non vincolante di cui però la Corte solitamente tiene conto nelle sue pronunce, apre ad una nuova possibilità: Manuel Campos Sanchez Bordona, l’avvocato generale, «propone che la Corte di giustizia dichiari che l’articolo 50 consenta la revoca unilaterale della notifica dell’intenzione di ritirarsi dall’Ue» e «tale possibilità continua ad esistere fino alla conclusione formale dell’accordo di recesso». A queste dichiarazioni dovrà seguire una pronuncia della Corte, che è attesa per nei prossimi giorni, in seguito alla richiesta di alcuni parlamentari scozzesi di certificare o meno l’esistenza di una base legale che possa consentire al Regno Unito di revocare unilateralmente la Brexit.

Il lavoro della May nelle trattative portate avanti fino ad ora dovrebbe essere votato il prossimo 11 dicembre ma la premier deve affrontare dei problemi “in casa”: una buona componente del partito conservatore ritiene che l’accordo tenga la Gran Bretagna troppo legata – quasi vincolata – all’Unione Europea; i filoeuropei credono che non sia un buon accordo, vedendo migliore la prospettiva di rimanere nell’UE.

Nel caso in cui non venga approvato, una parte dei Conservatori vorrebbe sfiduciare la May, anche se attualmente nessuno si è dimostrato disposto a prenderne il posto; essendo la sfiducia un’opzione lontana, è probabile che in caso di bocciatura (possibilità affatto remota), che potrebbe determinare una reazione fortemente negativa dei mercati, la premier riproponga il voto in aula dello stesso accordo puntando sulla paura suscitata dagli stessi mercati.

Se dovesse fallire anche il secondo voto, saranno i laburisti a proporre una mozione di sfiducia, puntando alle elezioni anticipate e ad una campagna elettorale basata sulla proposta di un nuovo accordo con l’UE, nella speranza di una proroga della scadenza del 29 marzo. I labouristi hanno anche già previsto come agire nel caso non passasse la loro mozione di sfiducia: tenteranno di ottenere un nuovo referendum sulla Brexit, ipotesi prima impensabile ma che ha trovato spazio nelle ultime settimane. In questa ipotesi, i conservatori ricalcherebbero la propria posizione in favore dell’uscita dall’Unione, convinti che una eventuale nuova conferma popolare renderebbe il paese più forte nelle trattative con l’UE.

E se nessuna di queste ipotesi dovesse concretizzarsi? È probabile che la May torni a trattare per un nuovo accordo che sia più gradito all’ala radicale del Partito Conservatore, chiedendo anche in questo caso una proroga della scadenza del 29 marzo.