Brexit: il divorzio ha inizio

Ha ufficialmente inizio la procedura di uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea

Mentre si parla delle celebrazioni del sessantesimo anniversario del Trattato di Roma in un clima di festa, apparente unità e proclami per il rilancio del sogno, la Premier inglese Theresa May, il 28 marzo, con una firma ha dato ufficialmente il via alle procedure verso il compimento della Brexit. Appellandosi all’art. 50 del Trattato sull’Unione Europea (Trattato di Lisbona) che prevede la possibilità per ogni Stato membro di recedere unilateralmente dall’Unione a seguito di un processo negoziale da concludersi con un accordo. La lettera di sei pagine è stata consegnata il giorno seguente al Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.

On 23 June last year, the people off the United Kingdom voted to leave the European Union. As I have said before, that decision was no rejection of the values we share as fellow Europeans. Nor was it an attempt to do harm to the European Union or any of the remaining member states. On the contrary, the United Kingdom wants the European Union to succeed and prosper. Instead, the referendum was a vote to restore, as we see it, our national self-determination. We are leaving the European Union, but we are not leaving Europe – and we want to remain committed partners and allies to our friends across the continent.

This letter sets out the approach of Her Majesty’s Government to the discussions we will have about the United Kingdom’s departure from the European Union and about the deep and special partnership we hope to enjoy – as your closest friend and neighbour – with the European Union once we leave. (…) Today, therefore, I ma writing to give effect to the democratic decision of the people of the United Kingdom. I hereby notify the European Council in accordance with Article 50(2) of the Treaty on European Union of the United Kingdom’s intention to withdraw from the European Union. (…)

Dal momento di notifica della richiesta di uscita parte il countdown del periodo di tempo di 2 anni entro i quali deve essere concluso il negoziato. L’accordo dovrà essere poi approvato dal Consiglio e dal Parlamento europeo.  Gli esiti, le modalità e i contenuti di un negoziato che si prevede lungo, duro (come ha più volte minacciato lo stesso Tusk) e senza eccessive concessioni reciproche, non sono al momento prevedibili. Sono però delineabili le tematiche più critiche attorno alle quali si gioca la partita e determineranno i rapporti futuri con l’Unione quando i Trattati cesseranno di applicarsi:

-La libera circolazione delle persone, il futuro dei 3 milioni di cittadini comunitari che vivono nel Regno Unito e degli inglesi residenti negli Stati membri (1 milione).

-Il libero commercio dopo l’uscita dal Mercato Unico Europeo, con uno scenario quanto mai incerto tra il ritorno dei dazi (disciplina del Word Trade Organization), la minaccia inglese di accordi bilaterali con i singoli Paesi membri e ritorsioni da parte di Bruxelles.

-Il pagamento degli impegni già stabiliti con l’UE pari a circa 60 miliardi di euro, inaccettabile per il governo di Londra.

-Tema della difesa e sicurezza in cui il Regno Unito è un player indispensabile per il continente e nelle operazioni antiterrorismo.

Per il Regno Unito si aprono alcuni problemi immediati:

-La posizione delle multinazionali dopo l’uscita dal mercato unico e la previsione di una fuga dalla City per continuare a operare.

– Gli effetti sull’economia (secondo il Guardian potrebbe perdere il 4% del Pil) e sulla sterlina.

– La fuga di lavoratori stranieri.

– Indipendenza della Scozia (lo stesso giorno della firma, il parlamento scozzese ha dato il via libera al governo di indire un referendum che si terrà tra fine 2018 e inizio 2019. Un precedente referendum nel 2014 aveva visto vincere il remain, ma la Brexit ha stravolto lo scenario).

– Nodo Irlanda con la richiesta probabile di un referendum per l’indipendenza da parte dell’Irlanda del Nord e il rischio di una riesplosione delle tensioni sopite con la Repubblica d’Irlanda.

-Superare lo shock diffuso e l’incredulità davanti al concretizzarsi dell’uscita dall’Unione anche da parte di una quota del 52% di persone che il 23 giugno 2016 votarono per il leave per il suo significato simbolico (contro l’establishment) e le promesse più che per reale convinzione. Affrontare la potenzialmente esplosiva frattura tra sostenitori dell’uscita dall’Unione e gli europeisti.

La conflittualità ha da sempre contraddistinto la relazione tra inglesi e Unione. La diffidenza per qualsiasi azione minasse la sovranità nazionale ha portato a frequenti veti all’interno del Consiglio europeo, a freni al processo di integrazione, resistenze e scontri aperti. Nonostante questo il Regno Unito (e la sua perdita) ha un evidente peso economico (quinta nazione al mondo e seconda in Europa per PIL), politico, strategico, militare, culturale, storico e simbolico. La decisione scaturita dal referendum e caldeggiata dal governo inglese crea un pericoloso precedente. Se per anni si è spinto per l’ingresso nell’Unione, ora per la prima volta si ha la fuoriuscita di un membro chiave. Dall’Unione è possibile uscire. I movimenti di protesta che in tutta Europa rincorrono il malcontento dei cittadini con semplificazioni del mondo e il tipico slogan “è colpa dell’Europa” non stanno tardando a celebrare la decisione britannica auspicando di seguirne le orme. Le elezioni dei prossimi anni saranno il banco di prova a partire dalla Francia tra qualche settimana.

D’altra parte l’apparente unità e i sorrisi tra i 27 sono solo da cartolina romana. Apparenza. L’Unione Europea è sempre più debole politicamente, vecchia, bellicosa, divisa e chiusa in sé stessa, destinata a perdere la sua centralità nello scacchiere mondiale, sorpassata dalle potenze emergenti. Si è persa una vision e obiettivi comuni che avevano caratterizzato il processo di integrazione. Sogno di pace, cooperazione e prosperità sempre più appannato. L’allargamento a dismisura ha finito per creare un nuovo blocco di paesi resistenti a ogni proposta. Il tema economico-finanziario ha prodotto una frattura nord-sud difficilmente riconciliabile. Forse gli inglesi non risolveranno tutti i loro problemi senza l’UE. Forse per l’UE il problema non erano le resistenze inglesi, ma non ci sarà un referendum a stabilirlo.