Antiche speranze e nuove religioni

Analisi di questo intenso inizio di campionato, con nuovi protagonisti, vecchie aspettative e grandi emozioni.

Anno 1 d.C. (dopo Cristiano). Pur essendo ancora agli albori, è già possibile fare un bilancio di questa stagione calcistica che sembra avere tutte le carte in regola per regalarci grandi emozioni fino a maggio. Emozioni che finora non sono state poche. E, una volta smaltita l’estiva euforia scaturita in primis dall’avvento di un moderno Cristianesimo, la Serie A può riaprire i battenti, fra novità e conferme, fra aspettative e speranze.

Mentre alla Continassa si attende con ansia la prima marcatura di CR7, la compagine guidata da Allegri si gode il primo posto in solitudine (mai accaduto in questo settennio, dopo sole 3 giornate), e lo stesso Max dimostra ancora una volta di saper gestire al meglio la propria rosa, senza guardare in faccia nessuno (Douglas Costa o Dybala che sia). E se da una parte Madama dimostra di poter vincere partite (e scudetti) senza le reti del suo nuovo messia (non Messi), da un punto di vista prettamente tattico è già riscontrabile un certo cambiamento nel gioco della squadra. Infatti, grazie alle claustrofobiche marcature riservate al portoghese, i compagni risultano molto più liberi di concretizzare le azioni (miglior inizio in assoluto di Mandzukic da quando è in Italia, per dire), non facendo rimpiangere il momentaneo digiuno del sopracitato (e sempre citato) Cristiano.

Sulla sponda partenopea invece non può che riscontrarsi – da un lato – una certa esperienza impartita da una diversa fede calcistica, quella di Re Carlo, e riscontrata nelle prime due vittorie al cardiopalma, ma anche – dall’altro – un Napoli in versione mr. Hyde che subisce 6 reti in 3 partite (l’anno scorso ne aveva impiegate 10, per dire) e che si piega di fronte ad una vecchia conoscenza dalla lacrima facile, proprio quel Quagliarella che sembra possedere un dipinto che invecchia al suo posto. Escluso il problema riguardante il reparto difensivo, rimane comunque una mentalità che pare quella giusta, di chi non si arrende di fronte alle difficoltà. Mentalità che invece sembra mancare a Milano, sponda nerazzurra, dove la compagine deve pagare le pressioni derivate specialmente dai media nel precampionato. È un Inter che si rivela sempre più il maggiore nemico di se stesso (anti-Inter più che anti-Juve), a tratti timoroso e poco sicuro di sè, in attesa di uno sblocco psicologico da parte del suo pioniere, Spalletti. Le milanesi intanto si godono il primo sorriso stagionale grazie alle loro stelle – vecchie (Perisic) e nuove (Higuain, Naingolan) che siano – rimanendo tuttavia, anch’esse, in dolce attesa della prima marcatura dei loro bomber.

Ed allora siamo pronti ad entrare nel vivo di questo nuovo ciclo calcistico, subito dopo la sosta per la nazionale, ripartendo da (poche) solide certezze e (molte) grandi speranze. È presto per nominare la parola “scudetto”, ma la lezione che deriva, per le candidate al ruolo di “anti-Juve”, da questo inizio è una ed è ben chiara: i campionati non si vincono sulla spinta delle emozioni (e dei singoli), ma con la forza lenta e profonda dei sentimenti. E del gruppo.