Alle leggi italiane piace cambiare

Alla fine del mese la variegata -sarebbe meglio dire variopinta, lo so- maggioranza di governo procederà al taglio del numero dei parlamentari. Che se il provvedimento passerà saranno, dalla prossima legislatura, 345 in meno. Il provvedimento, infatti, passerà. Convinti come sono tutti gli attori in campo che sarebbe un modo -non so se un buon modo- di rafforzare una maggioranza che ha la legittima ambizione di “mangiare il panettone”, durare ben oltre la prossima manovra. Un modo, cioè, per eliminare o quanto meno ridimensionare il rischio possibile di franchi tiratori. Se la riforma passasse le loro possibilità di essere rieletti, in un parlamento tanto meno numeroso, sarebbero vicine allo zero. Le convergenze, tuttavia, sembrerebbero ridursi a questo, o poco più. L’accordo di massima, ancora soltanto ufficioso, sulla successiva riforma dei regolamenti di Camera e Senato -un passaggio necessario, quasi obbligato- è vago, la rimodulazione delle loro funzioni per differenziarle solo un’ipotesi. Inoltre, questi sono solo alcuni dei nodi emersi ieri nel vertice dei capigruppo dove è stato definito, appunto, il processo di identificazione e definizione dei contrappesi che dovranno bilanciare il taglio dei parlamentari. Il progetto di legge costituzionale arriverà alle camere già il 7, l’obiettivo -come anticipato- sarebbe quello di approvarlo entro la fine del mese.

 

Il nodo gordiano, tuttavia, è rappresentato dalla nuova legge elettorale. La volontà quanto meno di definire l’avvio della nuova legge c’è. Questa è la “promessa”. Ma su questo punto, più che su tutto, l’arco costituzionale sembra essere diviso. Pd e Leu da una parte, d’accordo con i cinque stelle solo per uniformare elettorato attivo e passivo e ridefinire la base territoriale del Senato al fine di scongiurare il rischio di una eccessiva diminuzione dell’indice di rappresentatività, gli stessi cinque stelle dall’altra -in posizione di attesa-, la Lega ed alleati molto lontani da entrambe le posizioni e Italia viva di Matteo Renzi non si sa capisce ancora bene dove. Maggioritario o proporzionale, questo è -sempre- il dilemma. Il sistema attuale, per la verità, anche se l’assenza del voto disgiuntoinficia la quota di maggioritario, è un misto tra i due, ma sembra non andare bene proprio a nessuno. Il modo più incisivo per compensare gli effetti del taglio sulla possibilità del maggior numero possibile di forze politiche di essere rappresentate è quello di un ritorno al sistema proporzionale puro. Ma non è detto che sia il modo migliore per farlo. Le leggi elettorali, si sa, non sono una scienza esatta. Tuttavia, pare che sul punto ci sia un accordo, solo tendenziale, tra cinque stelle e Pd; l’unico dato di fatto è che la nota ufficiale citata non parla di ritorno al proporzionale. La nuova opposizione -per parlare di nuovo centro-destra è ancora presto- propone il ritorno al sistema elettorale maggioritario, e per farlo è pronto a indire un referendum popolare. I rischi, in questo caso, sono quelli della non inedita tentazione di piegare la connotazione parlamentare della nostra repubblica alle logiche -maggioritarie- tipiche di una repubblica presidenziale. La Costituzione effettiva a quella “materiale”.

 

Come le scale di Hogwars, alle leggi elettorali italiane evidentemente piace cambiare. Ma non è magia, è che ogni nuovo governo cede puntualmente alla tentazione di farsi la propria. Quanto appena detto ripropone il tema della necessità che la prossima legge elettorale, che qualunque sia sarà conseguente ad una riforma costituzionale -quella sul taglio dei parlamentari-, sia incorporata anch’essa nella Costituzione. Ci vorrà una maggioranza molto ampia? Tanto meglio. Forse in questo modo sarà il sistema politico a doversi adeguare a quello elettorale, e non viceversa. Solo una cosa per ora è sicura: che la legge elettorale cambierà ancora. Entro la fine dell’anno. Tanto bisognerà aspettare per sapere se è una promessa o una minaccia.