europea

L’avanzare dei populismi, con una generale tendenza elettorale verso i partiti di destra, la decisione dell’Inghilterra di lasciare l’Unione europea, l’elezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti e una ritrovata aggressività russa. Tutti questi fattori hanno portato molti osservatori internazionali a constatare che l’alleanza transatlantica, che è stata il caposaldo dell’ordine internazionale liberale, inizia a vacillare pesantemente.

Tutto questo, almeno, fino al 26 Marzo 2018, quando si è mostrata evidente una fortissima coesione tra Stati Uniti, Canada e Unione Europea in particolare nell’espellere unitamente diversi diplomatici russi nei rispettivi paesi. Questa (re)azione è una risposta a quanto avvenuto il 4 Marzo, con l’avvelenamento dell’ex spia Russa Sergei Skripal e di sua figlia Yulia a Salisbury, Inghilterra, con un gas nervino illegale; i due furono trovati incoscienti su una panchina in un parco. Theresa May, che in qualche maniera ha foraggiato quest’iniziativa, ha definito questa manovra come “la più grande espulsione collettiva di diplomatici russi nella storia”. Quasi a sorpresa il presidente Trump, che per lungo tempo non ha espresso criticismi sulla Russia e su Vladimir Putin, ha approvato la più grande espulsione di diplomatici russi, per la precisone sessanta e, inoltre, ha ordinato la chiusura del Consolato russo a Seattle.

La Russia, ovviamente, ha risposto in maniera uguale e proporzionale, espellendo lo stesso numero di diplomatici e chiudendo il Consolato americano a San Pietroburgo.

 

Il governo russo ha negato ogni coinvolgimento nell’episodio Skripal, che resta tuttora in gravi condizioni, mentre le condizioni di sua figlia sono migliorate. Il presidente Putin, forte del suo successo elettorale (altamente prevedibile) e delle sue azioni vincenti in ambito internazionale (aggressione in Ucraina, controllo della situazione in Siria e interferenza con le elezioni presidenziali americane), si è dimostrato più risoluto nelle sue tattiche, come proprio dimostra questo caso di avvelenamento. La violazione della sovranità nazionale di un altro paese e la brutalità dell’atto commesso hanno raggiunto un livello troppo elevato, oltrepassando una linea rossa che ha spinto la comunità transatlantica a rispondere in maniera ferma e decisa.

 

Per il presidente Putin, in qualche modo, questa situazione non è affatto nuova, in quanto il patriottismo è una priorità molto importante, sia per cause ideologiche sia per cause geografiche, che richiederebbero un ulteriore approfondimento in una sede separata. In questo caso Sergei Skripal è stato designato come un traditore, in quanto ex-agente dei servizi segreti russi impegnato a lavorare con l’intelligence britannica.

Alcuni critici hanno espresso perplessità su queste ritorsioni diplomatiche, definendole futili; tuttavia, una “ritrovata” unità transatlantica non può essere svalutata, in quanto messaggera di chiare intenzioni, stabilendo una linea di confine che non può essere oltrepassata. Se non ci fosse stata nessuna reazione, il presidente Putin avrebbe potuto continuare, in modi più o meno sottili, a minare la sovranità nazionale in altri paesi. In questo caso deve rapportarsi con una comunità internazionale coesa, legata in qualche modo da quei valori che ne hanno rappresentato le basi per la sua creazione e per la sua crescita.

 

Se l’escalation di ritorsioni diplomatiche dovesse continuare su questa scia, la Russia si ritroverebbe più isolata. Che questa risposta possa frenare in qualche maniera le azioni di Putin è di difficile previsione.

Ciò che appare chiaro, tuttavia, è che l’alleanza transatlantica, nonostante problemi e difficoltà, possa ancora definirsi come un corpo unitario, in grado di stabilire piani di azione che leghino i vari paesi sotto un’unica causa.