intelligenza

L’intelligenza emotiva è una delle cosiddette “skills cognitive” e consiste nel riconoscere e comunicare in modo efficace le proprie emozioni, e comprendere appieno quelle altrui. È una disciplina studiata dai leader politici e dai comunicatori in generale.

Essa fornisce delle “chiavi di lettura emotive” fondamentali per le interazioni quotidiane, dalla discussione con un partner un po’ troppo testardo al flame sotto a un video di YouTube o sotto a un post di Facebook. Le discussioni in cui ci sentiamo incompresi o non ascoltati ci lasciano turbati e possono scoraggiarci dall’esporci nuovamente in futuro. Per questo tutti dovrebbero lavorare sulle proprie competenze emotive. Il che non significa andare d’accordo con tutti, ma piuttosto venirsi incontro senza sacrificare le nostre opinioni e i nostri desideri.

La prima regola è: non esiste uno standard imposto da altri su come dovremmo sentirci o reagire in una determinata situazione. Permettere a noi stessi di essere umani spiana la via agli altri per trattarci come tali.

 

INTELLIGENZA EMOTIVA E FEMMINISMO

A ben pensarci, l’intelligenza emotiva e il femminismo sono strettamente legati. Il femminismo è uno dei movimenti più importanti, ma anche più incompresi e male interpretati del nostro tempo, perché una certa fetta della popolazione fatica ad empatizzare con esso. Le discriminazioni passano prima di tutto per la comunicazione, tramite frasi che entrano nel linguaggio comune e suggeriscono determinati messaggi. Ne è un esempio l’episodio in cui una giornalista, intervistando Serena Williams, ha affermato: “Passerà alla storia come una delle più grandi atlete DONNE di sempre, dopo la settima vittoria a Wimbledon”. L’atleta precisò subito: “Preferirei le parole: una delle atlete migliori di sempre”.

Altro punto chiave dell’intelligenza emotiva è il rispetto delle emozioni altrui. Citando Amber Tamblyn: “È una cultura che ti guarda dall’alto in basso. È una persona, un capo, un fidanzato che ti vuol più razionale e meno “sensibile o vulnerabile”, trasformando l’intelligenza emotiva in un qualcosa di dannoso, da sopprimere”.

Una società chiusa nei propri pregiudizi provoca anche insicurezze in ambito professionale. “Spesso, soprattutto se donna, devi essere brava il doppio. Fino a quando le ragazze avranno questa sensazione, ci sarà da lottare. Questo è il punto: non sentire la pressione di essere straordinaria.” – Kerry Washington

Se poi la società non è empatica verso chi ha subito abusi, si rischia l’auto-colpevolizzazione della vittima. “Dobbiamo e possiamo cambiare la cultura affinché nessuna donna o uomo vittima di violenza debbano mai chiedersi: cosa ho fatto per meritarlo?” – Joe Biden

 

PERCHE’ I PROBLEMI DELLE MINORANZE SONO PROBLEMI DI TUTTI

Metaforicamente, empatia significa uscire dalla “bolla” dei propri problemi e necessità più immediate, e dare un’occhiata a quelle altrui. Prendendo il caso, molto attuale, delle lotte per i diritti LGTB: i membri di questa comunità sono, in primis, persone. Non ha senso dire “lo fanno loro, perché a loro conviene, combattano loro le loro battaglie”. Sono battaglie che renderanno migliore la società, perciò conviene a tutti farsene carico. Non è solo giusto, è utile.

L’empatia oggi si costruisce anche sui social: il movimento #MeToo ne è un esempio. Un semplice hashtag è stato il catalizzatore della “sorellanza” e della rottura del silenzio e dell’isolamento per le vittime di abusi.

Questi e tanti altri sono passi piccoli ma significativi. Cosa ci si guadagna? La salute mentale per l’individuo e una società meno violenta, che presti orecchio a tutti.

IRENE FACHERIS E IL PROGETTO BOSSY

Un ottimo riferimento per approfondire l’approccio “psicologico” ai problemi sociali è Irene Facheris. Laureata in Influenza sociale e psicologia delle disuguaglianze, la sua ricerca si concentra su un’ottica “salutogenica”, basata sul benessere dell’individuo nella società.

Gestisce dal 2011 un canale YouTube da oltre 60.000 iscritti, a nome “cimdrp”.

È anche presidente dell’associazione Bossy, nata nel 2014 con lo slogan: sempre oltre gli stereotipi. L’associazione si occupa di inclusività nella sua accezione più ampia e di discussione, soprattutto su stereotipi di genere, sessismo, lotta agli abusi e diritti LGBTQ.

 

Sempre sul tema, è da poco uscito “Creiamo cultura insieme”, libro d’esordio di Irene. Somiglia a un piccolo “manuale di sopravvivenza” con un semplice obiettivo: evitare discussioni infinite, spesso inutili, e talvolta estenuanti. Le persone spesso arrivano allo scontro perché, anche inconsciamente, non prestano sufficiente attenzione al “mondo” dell’altra persona, non si immedesimano veramente. Questo libro cerca di insegnare, tra le altre cose, come dare un feedback senza litigare, e come prevenire o curare un pregiudizio. Un decalogo per vivere meglio, praticamente.

L’autrice ci tiene però a specificare che questi metodi sono validi sempre, “salvo nelle giornate davvero “no” o se l’interesse a riparare i rapporti con l’interlocutore sia pressoché inesistente: in tal caso il classico “vai a quel paese” resta sempre un’opzione”.